La riforma del Terzo settore ha messo ordine in un ambito dove migliaia di realtà da decenni sono attive nel nostro Paese su vari fronti del sociale. Il compito che hanno ora gli enti Non profit è non trasformarsi in mere imprese sociali. Essi devono continuare a essere portatori di un patrimonio culturale che consiste nell’impegnarsi per l’affermazione dei diritti, il rispetto della dignità della persona, la costruzione continua di un welfare dal basso, una visione più equa della società. Questo patrimonio culturale non va evidentemente cancellato né compresso, perché esso realizza pienamente un bene comune che allarga gli orizzonti della solidarietà. Un patrimonio culturale che è oltre l’assistenzialismo e non si ferma mai a quello che si fa nel quotidiano perché farsi carico di problemi ed emergenze non toglie spazio alla riflessione su chi sono le persone aiutate, sulle cause che determinano situazioni di difficoltà e su come intervenire per prevenire il disagio.

Questa carica culturale è ancora più preziosa perché lascia intravedere nel Terzo settore un processo economico nuovo, diverso, che può ricreare un sistema di fiducia per il futuro che è fondamentale. Metterlo sotto attacco da un punto di vista politico è un esercizio ingiusto e sbagliato proprio perché si negano, non cogliendoli, questi aspetti culturali nei quali germoglia una visione più equa della società e dell’economia. Anche Papa Francesco richiama il valore etico che deve entrare nell’economia.

Così come Stefano Zamagni, che lo scorso 13 giugno ha riflettuto con noi durante la presentazione del Bilancio di sostenibilità 2018 della Casa della carità (sostenibilità.casadellacarita.org), è uno di quelli che sottolineano come la dimensione etica debba essere costitutiva dell’economia, cioè l’economia non è qualcosa di astratto e abbandonato a se stesso, ma ha a che fare con le scelte relative alla vita delle persone.

L’altro rischio che il Non profit deve evitare è rinchiudersi in un recinto di realtà gestionali nelle quali, a basso costo per il pubblico, vengono scaricate le contraddizioni della società. Un recinto «dei buoni» e, allo stesso tempo, «innocui», che si cimentano con l’imprenditoria sociale. Il Terzo settore, al contrario, non deve mai smarrire quella capacità di accompagnare l’operatività con l’azione culturale e di cambiamento.

Cioè bisogna essere capaci di rileggere continuamente quello che si fa per trasformarlo in campagne di sensibilizzazione, comunicando non solo le proprie attività, ma anche denunciando quando necessario storture, ingiustizie, violazioni di diritti, che stanno a monte di determinale situazioni. Il traguardo deve essere politico nel senso più autentico del termine, con mobilitazioni per incidere sulle scelte di chi rappresenta i cittadini e governa la cosa pubblica, correndo anche il rischio di andare controcorrente.

Per fare tutto ciò, per affermare un Non profit non solo gestionale e portatore di una visione nuova e più giusta della società e dell’economia è necessario fare rete, ricreare continuamente legami, uscire dalla gabbia dell’autoreferenzialità. Noi come Casa della carità abbiamo presentato un Bilancio di sostenibilità relativo al 2018 dove raccontiamo di 4.600 persone aiutate in un anno con quasi 700 ospiti, 2.700 visite mediche, 700 assistenze legali, 60 mila pasti. Numeri che legittimano il nostro operare in modo trasparente ed efficiente, ma che soprattutto vogliono testimoniare il nostro continuare a voler condividere il messaggio del nostro fondatore, il cardinal Martini, che lasciandoci il mandato di occuparci degli ultimi e degli «sprovveduti» come li definiva lui, ci spronò ad avere sempre uno sguardo sulla città, essere cioè sentinelle per intercettare i nuovi bisogni e inventare e sperimentare continuamente nuove risposte, rielaborando anche culturalmente quello che facciamo per restituirlo alla comunità in termini di coesione sociale.

Per le realtà come la nostra, che partono dalle diseguaglianze e dalle ingiustizie latenti che pongono problemi di equità sociale, credo che questo sia estremamente importante. Pertanto lo condividiamo e lo mettiamo in rete, anche perché è un agire che ci tiene lontani dalla paura e ci riconsegna di continuo speranza e futuro. Ed è con questo auspicio che vorrei si compisse la trasformazione del Terzo settore.

di Don Virginio Colmegna
“Presidente fondazione Casa della carità “Angelo Abriani”

(da Buone Notizie – L’impresa del bene del 25 giugno 2019)

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