Usare ciò che esiste. Basta sprechi. Basta superfluo. Basta scarti. Luoghi e cose. Il messaggio è potente quanto maestoso è lo scheletro di ruggine e acciaio che solca il cielo. Attorno sterpi e sassi. E altre carcasse piegate su sé stesse: capannoni, gru, tralicci. Là dove qualcosa ha ri-cominciato a muoversi, dopo anni e anni di silenzio, ci sono dei fossati, proprio come attorno a certi castelli. Delimitano la prima area bonificata delle ex acciaierie industriali Falck, che furono il cuore della rossa Sesto San Giovanni, la Stalingrado d’Italia. Oggi passerella della nuova collezione Zegna Couture.
Auto nere che vanno e vengono. Scendono donne sui tacchi e uomini eleganti. Chissà cosa avrebbero detto le migliaia di operai che qui dal 1906 al 1995 lavorarono ai forni se avessero visto? «Sembra strano, è vero. Ma il parallelo per noi è stato immediato — racconta Alessandro Sartori, lo stilista, mentre le sue scarpe con la punta stampa collezione affondano nella grafite nera che ricopre gli 80 metri della passerella—: su quest’area sorgerà la città della salute e l’area dove abbiamo sfilato è la prima bonificata dopo più di vent’anni di abbandono. Coscienza del recupero, dunque. Il legame? Che questa è anche la nostra nuova e bella avventura: #UseTheExisting, usare l’esistente».
L’orgoglio proletario si tranquillizzi, allora, tutto sotto controllo etico: «Finalmente abbiamo messo a punto una nuova fibra di recupero che può essere prodotta in filo in grandi quantità e non più solo qualche centinaio di metri. Una catena stabile con due aziende nel Biellese. Per ora il 20 per cento dell’intera produzione con un costo finale del 20/30 percento in più, ma se le vendite aumenteranno i prezzi scenderanno». Il processo di lavorazione è affascinante tanto quanto la prossima trasformazione dell’area ex Falck. Scarti di lavorazione (di solito il 20 per cento del filo utilizzato), tessuti di tagli (circa il 25 per cento del pezzo) e prodotti (capi fallati, vecchi e bottiglie, reti) vengono «manipolati» in fibre nuove e plasmabili: lane e cashmere, nylon e sete. Una vera e propria magia quando poi lo stilista la spiega indicando gli abiti «couture» #UseTheExisting o no.
I pantaloni over, leggerissimi, sono riciclati mentre la giacca piccola e sottile è di seta naturale: 160 grammi gli uni e altrettanti la seconda. I completi dalla stiratura impeccabile (ri-nati) e altri a plissé piazzati (neo-nati) o a stampa pieghe comunque sempre con quell’aria già vissuta.
Maglieria a pelle e parka e giubbotti. Mocassini o boot o snakers «Claudio»: tomaia e fondo in tinta. Colori importanti tanto quanto, base minerali come il luogo richiede: grafite e toni del grigio sino al metallo, con ruggine (come l’imponente scheletro fabbrica), rosa, verde acqua e azzurro per il jersey di maglie e camicie, e accessori. Clienti entusiasti della collezione e del luogo, nonostante l’acquazzone improvviso.
Lo scenario (suggestivo) fa riflettere su Milano e quanto questa città sia sempre più in grado di sorprendere a dispetto di chi ha deciso di voltargli le spalle. Sono troppe le fughe da questa fashion week e chiamarla «settimana» (di tre giorni, praticamente si tratta, e una manciata di show) è beffardo. Eppure c’è chi ci crede come Stella McCartney che ha voluto presentare la sua cruise uomo e donna (tute e felpe e parka e sacche e tanta libertà) in una casa privata del centro, dichiarandosi innamorata della città. O Sunnei, alias Simone Rizzo e Loris Messina, che — ma loro come impegno — ha riqualificato uno spazio tra il pilone della tangenziale in via Rubattino: oltre 4000 metri quadrati complessivi lungo il fiume Lambro. Perché farlo? Perché Milano, oggi, lo merita, veramente.
di Paola Pollo
(da Corriere della Sera del 15 giugno 2019)
