E se l’ambiente chiede più industria?

Chi ha paura dell’industrializzazione? Storicamente bandita da un certo ambientalismo nostrano, essa è il convitato di pietra con cui persino altri e più titolati discorsi sullo sviluppo sostenibile fanno malvolentieri i conti. Benché fondamentale per abbracciare la complessità tecnologica e gestionale della transizione a cui siamo chiamati, l’industrializzazione ha il «difetto» di esigere strategia, coerenza, tempi medio-lunghi, investimenti, ricerca e Innovazione, costringendoci a uscire allo scoperto. Per sapere se Paesi e imprese – al netto delle dichiarazioni firmate oltreoceano da centinaia di Ceo – fanno o meno sul serio, basterà quindi capire quali politiche industriali e quali azioni seguiranno alle parole di questi mesi.

Senza coinvolgere l’industria, d’altronde, il progetto stesso della decarbonizzazione, che non riguarda certo il solo comparto energetico, è mera utopia. Il 45% delle emissioni dipende infatti da agricoltura, allevamento e industria, settori privi di programmi specifici. Per l’industria è indispensabile rilanciare la sfida dell’efficienza energetica.

La strada è quella dei permessi negoziabili: proprio in Italia, con i certificati bianchi, avevamo messo a punto uno strumento efficace, studiato a livello europeo e poi caduto in una fase di incertezza per vincere la quale occorrono azioni urgenti, che ricreino la fiducia degli operatori. E le proposte già ci sono.

Ma industria e innovazione possono cambiare le carte in tavola anche sul più ampio tema dell’economia circolare, modello fondamentale per le sfide che abbiamo di fronte. Penso ad esempio alle tecnologie per la trasformazione delle componenti organiche in biocombustibili e nutrienti per il suolo. Ma anche a quelle per il riciclo molecolare, grazie al quale potremmo aumentare di molto le quote di plastica rigenerata e integrare così il riciclo meccanico, ambito in cui I’Italia – con realtà come Aliplast – ha già molte eccellenze.

L’introduzione della plastica ha migliorato le nostre vite e reso più sostenibili i settori che la impiegano: non dobbiamo quindi liberarcene bensì imparare a gestirla, con una seria lotta all’abbandono e un’innovazione tecnologica che ampli lo spettro del riciclo industriale. Non tutte le plastiche si equivalgono e buon senso vorrebbe che si avesse cura di distinguere tra bad e fair plastic (plastica cattiva e buona, ndr). Un trade-off che, come in altre sfide essenziali dell’economia circolare, richiede innovazione tecnologica e incessante ricerca di nuove soluzioni, dall’ecodesign all’end of use.

Se l’industria chimica del Vecchio Continente prova a correre veloce – lavorando anche su polimeri capaci di riparare se stessi e su soluzioni per cattura, stoccaggio e riuso della CO2 – i singoli Paesi tradiscono più d’un ritardo e mancanza di coordinamento, ricorrendo talora a obblighi e divieti che deprimono i potenziali in gioco. Più che tasse dai nomi ammiccanti gioverebbe ragionare in termini di oneri collegati alle esternalità negative, da reinvestire in modo mirato in ricerca e investimenti. In questo senso la riforma dell’Emission Trading System costituisce un buon banco di prova.

Per fortuna Bruxelles si accinge a fare la sua parte, con un Green New Deal dalla prospettiva ampia e sistemica che può costituire la cornice in cui governare i necessari processi di riconversione industriale, accompagnandoli in modo tale da mitigarne i costi sociali, catalizzare consenso ed evitare crisi di rigetto.

Occorre però cogliere l’occasione, arrivarci preparati, con le idee chiare e un piano, inaugurando anche una nuova stagione di partnership fra pubblico e privato, sul modello – ad esempio – del recente caso di successo che a tutela di ambiente e turismo ha interessato le infrastrutture fognarie e depurative del riminese. Solo così infatti le innovazioni tecnologiche e gli investimenti industriali potranno davvero supportare la carbon neutrality traguardata dall’Ue al 2050.

Se il quinto ciclo di Kondriatieff, legato all’information technology e alle telecomunicazioni, è stato dominato dagli Usa, l’Europa ha la chance d’intitolarsi un sesto fondamentale ciclo, su tecnologie ambientali e della salute. Con tre parole d’ordine: programmazione, progressività e coerenza. Nell’impegnarci a non perdere quest’ennesimo (ultimo?) treno, dovremo distinguere fra un’augurabile solerzia e una più banale fretta, tipica delle fughe in avanti a cui troppe volte abbiamo già assistito. Una fretta che, mentre saliamo sul vagone, potrebbe sempre farci inciampare.

 

di Stefano Venier
Ad Gruppo Hera

(da Buone Notizie – L’impresa del bene del 3 dicembre 2019)

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