De Felice (Intesa Sanpaolo): serve una fiscalità di vantaggio per le nuove generazioni che hanno pagato, il prezzo più alto Il Pii «rimbalzerà» dei 6,5% nel 2021. Ma serve un buon piano
La ripresa si vede. Ma se il Paese non coglie l’occasione unica per fare le riforme che servono non si rafforzerà. La più urgente è investire sui giovani, magari offrendo loro una fiscalità di vantaggio. Gregorio De Felice, head of Research e chief economist di Intesa Sanpaolo, è abituato a descrivere l’Italia e il mondo con i numeri. Non manca di farlo anche questa volta con le previsioni sull’andamento del Pii e le stime dell’effetto della sospensione del patto di stabilità e crescita che permette quest’anno a tutti i Paesi dell’Unione di portare il rapporto deficit/Pil ben oltre il 3%. Noi ce lo ritroveremo all’11% nel 2020 e al 5,6% nel 2021. Insomma, debiti sempre più importanti. Ma quando ci ricapiterà di avere a disposizione oltre 200 miliardi tra prestiti e sussidi per far cambiare passo al sistema a cominciare dalla questione generazionale? Il tema del capitale umano, «non è mai stato importante come oggi — spiega —. E insieme ad innovazione, transizione digitale e ambiente dovrebbe essere il caposaldo del piano che l’Italia è tenuta a presentare per poter avere accesso ai soldi del Next Generation Eu».
Nel 2020 il Pii dell’Italia patirà una perdita del 9,5% secondo le stime dell’ufficio studi di Intesa, frutto di un recupero pari al +10% prevedibile per il terzo trimestre e del 4,4% per il quarto, dopo i crolli (già certificati) del 5,5% nel primo a cui è seguito il -12,8% del secondo. «Sono grandezze non troppo distanti da quelle degli altri Paesi europei. La Germania ha ottenuto un risultato migliore del nostro tra aprile e giugno, con un -9,7%, mentre Francia e Spagna sono andate anche peggio, con un -13,8% e un -18,5%. Quest’ultimo legato probabilmente all’interruzione del turismo che ha colpito più pesantemente Madrid», dice ancora De Felice.
Ora si vede la ripresa, che è certificata nei dati di produzione industriale e di vendite al dettaglio, anche se il primo forte rimbalzo, dovuto all’evasione degli ordini rimasti bloccati durante il fermo delle attività, si è un po’ attenuato. «La crescita del Pii, anche se robusta, non basterà a recuperare l’effetto del lockdown — spiega De Felice. —. La vera partita, però, si gioca sul piano per l’utilizzo dei fondi europei». Il vincolo del 3096 da destinare a investimenti «verdi» dovrebbe far riflettere il governo e il mondo industriale sul rischio di sottovalutare le abilità e le eccellenze che l’Italia già coltiva. «Penso ad esempio alla bioplastica o all’edilizia verde e al packaging, settori in cui potremmo diventare facilmente leader globali», aggiunge.
Poi c’è l’accoppiata innovazione e investimenti digitali, che sono in cima alle priorità delle aziende, come mostra un sondaggio svolto da Intesa Sanpaolo subito dopo la ripresa delle attività, utilizzando un ampio panel di società. «Adesso i meccanismi di erogazione della liquidità alle aziende sono andati a regime ed è molto importante capire in che modo verranno utilizzati questi soldi—annota De Felice —. Sembra che la necessità di non perdere il treno della tecnologia e delle sue molteplici implicazioni sia chiara a tutti».
Diverse priorità
Il tema vero, però, è quello dell’investimento nelle generazioni più giovani, il capitale umano che è rimasto intrappolato nella nuova crisi e che già prima pagava il conto di occupazioni sempre più instabili e meno pagate. Quando diciamo che le imprese sono state brave e che hanno reagito alle avversità presenti e passate, dice ancora l’economista, non dobbiamo dimenticare che in gran parte questo dipende da un taglio di costi, pagato quasi sempre dagli ultimi arrivati: i giovani. «Un neolaureato oggi guadagna 20-25 mila euro al primo impiego, senza significative differenze rispetto a chi non consegue una laurea», argomenta De Felice. Le ultime generazioni pagano le stesse tasse dei lavoratori più maturi, che hanno servizi più adeguati alle loro esigenze, come il welfare sanitario e le agevolazioni per andare prima in pensione. «Bisognerebbe riflettere su una fiscalità di vantaggio per loro, con più deduzioni adatte a chi usa meno la sanità, perché è giovane, e invece avrebbe bisogno di sconti per asili nido, solo un esempio, e altre voci utili a chi deve costruirsi una vita».
Ma il Fisco non è l’unico tasto dolente. L’Italia spende in istruzione poco meno di 69 miliardi, cioè la stessa cifra che viene destinata ogni anno al pagamento degli interessi sul debito pubblico. «È chiaro che dovremmo fare di più. Magari creando anche in Italia istituti a capitale pubblico/privato dove si forma personale specializzato che poi trova facilmente posto nelle industrie. In Germania le Fraunhofer sono una tradizione e funzionano molto bene per mettere in comunicazione il mondo del lavoro e la scuola».
di Giuditta Marvelli
(da L’Economia del Corriere della Sera del 14 settembre 2020)
(foto: ohga.it)