La cultura economica di questo governo consiste nell’idea che non c’è bisogno di fare economia. Col Recovery Fund, la politica italiana sembra aver trovato finalmente la sua pentola d’oro alla fine dell’arcobaleno. Le idee su che fame non mancano. A unirle è un’aspirazione comune: quella di calamitare nell’orbita dello Stato imprese e realtà, dalla telefonia alle autostrade, che sono imprudentemente sfuggite a una regia pubblica negli anni Novanta.

Se il disegno è quello, che cosa ha a che fare con la pandemia? La risposta non è chiarissima. Negli Stati Uniti, John Cochrane, economista della Hoover Institution di Stanford, ha proposto di sottoporre a un test per Covid-19 tutti gli americani, una volta la settimana, per un mese. È un modo per stroncare il coronavirus.

Come è evidente anche dal modo in cui sta funzionando la «macchina» dei tamponi nel nostro Paese, i test non servono per andare a scovare i malati: servono invece per identificare e isolare le persone che non hanno sintomi ma possono «trasportare» il virus, diffonderlo, e quindi riaprire l’emergenza sanitaria.

La Food and Drug Administranon ha autorizzato i test rapidi della Abbott, che costeranno sul mercato cinque dollari l’uno. Si tratta di kit della dimensione di una carta di credito e che danno l’esito in pochi minuti. Testare tutti gli americani costerebbe (5 dollari per 350 milioni) 7 miliardi la settimana, per un mese fanno 28. Una cifra notevole ma che impallidisce innanzi ai 2mila miliardi di piano di stimolo varato dall’amministrazione Trump.

Generazioni

Ammettiamo pure che nel nostro Paese si scelga una modalità di somministrazione diversa (incaricheremo della distribuzione del test i navigator?) e che dunque sia più elevato il costo unitario. Raddoppiamolo: 10 euro a persona per 60 milioni di abitanti per quattro settimane. Aggiungiamo i test per chiunque arrivi dall’estero. Potrebbe essere un impegno nell’ordine di 2 miliardi e mezzo. Il governo ne mette tre nel capitale di Alitalia.

Dopo ima timida apertura del premier Conte alla Festa dell’Unità, i vertici dei Cinque Stelle hanno subito richiuso la porta al Mes. La risposta italiana al Coronavirus è fatta di soldi a debito, nell’attesa del Recovery Fund (che in buona parte consisterà di prestiti anch’esso). Un debitore, soprattutto quando i suoi debiti cominciano pericolosamente ad avvicinarsi al doppio delle sue entrate annuali, dovrebbe preoccuparsi di come ottenere nuovi fondi al minor costo possibile. Il ricorso al Mes andrebbe dunque considerato sulla base del parametro della convenienza. Invece, il semplice fatto che l’accesso a quei fondi sia subordinato alle spese in sanità infastidisce i partiti.

Appropriatisi con gioia del vocabolario dello «Stato imprenditore», Cinque Stelle e Pd immaginano che la forza dell’esecutivo si verifichi alla prova di imporre le proprie priorità nell’uso di risorse che sono comunque prese a prestito dalle generazioni future, italiane o europee poco importa. Queste ultime sono, per utilizzare una parola che piace a sinistra, gli «stakeholder» ideali, non essendo ancora venuti al mondo. Ma mettiamoci nei loro panni. Consapevoli che ogni generazione ha le sue priorità e le sue sfide, i nostri figli sapranno di non poterci rinfacciare le singole voci di spesa in cui stiamo impiegando i loro quattrini. E lo stesso motivo per cui noi non possiamo prendercela coi nostri genitori se hanno comprato casa in un quartiere poi decaduto: allora andava di moda, pensavano di lasciarci un appartamento di valore. Ci chiederanno però almeno quali criteri abbiamo seguito per decidere mia spesa anziché un’altra.

L’idea di dare precedenza alla sanità è informata a un principio basilare della teoria economica. L’unico modo per crescere è attraverso gli scambi. Noi desideriamo migliori infrastrutture perché speriamo che, in questo modo, le merci viaggino più speditamente e così le persone che vivono nel luogo A possano comprare più beni e servizi prodotti nei luogo B e viceversa. Il distanziamento sociale riduce, inevitabilmente, gli scambi. I tassi di crescita saranno più bassi. Mettere sotto controllo il virus serve allo sviluppo. È quello che ci aspettiamo dal vaccino ma se ci sono metodi alternativi, e più veloci, per esempio i test a tappeto di Cochrane, perché rifiutarli a priori?

Scenari

I nostri figli e nipoti si chiederanno se gli interventi messi in campo nel 2020 rispondessero a una logica economica. Su questo punto, è improbabile che il loro giudizio sarà positivo. Pensiamo alla rete unica. Ci sono importanti motivazioni di carattere tematico che militano a favore di una sola infrastruttura per la banda larga, ma non si capisce perché essa dovrebbe corrispondere di per sé a «più investimenti». È più ragionevole immaginare che le imprese investano di più, senza lo stimolo della concorrenza? Immaginiamo che parte delle risorse del Recovery Fund vengano utilizzate per ridurre l’orario di lavoro a parità di salario, come auspica la ministra Catalfo. Per carità, i nostri nipoti saranno felici che i loro nonni abbiano avuto più tempo libero ma, in un Paese dove il grande problema è che da anni non si registrano aumenti della produttività, ha senso pagare la gente per lavorare di meno, dopo che già la paghiamo per non lavorare (reddito di cittadinanza) e per smettere di lavorare prima (quota 100)?

Perché, si chiederanno, non solo i nostri nonni hanno salvato, per l’ennesima volta, Alitalia coi nostri soldi, ma hanno anche sfoderato tutta una serie di norme che limitano lo spazio di manovra dei concorrenti, a cominciare dal tentativo di armonizzare ai livelli «alitaliani» i salari pagati dagli altri operatori? Perché si ritiene che meno concorrenza nel trasporto aereo sia un bene per gli italiani? La retorica è quella del «capitalismo paziente» ma è già chiaro che l’unica cosa con la quale dovremo avere pazienza è la qualità del servizio, che senza competizione è destinata a ridursi. Ma non importa: il pubblico, come una calamita, attira tutto quel che può. Del resto, perché spendere quattrini per ridurre gli impatti della pandemia, se possiamo spenderli per allargare l’impronta di uno Stato che già copre la metà del Pil?

di Alberto Mingardi

(da L’Economia del Corriere della Sera del 14 settembre 2020)

 

 

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