Se le imprese denunciano una sempre maggiore distanza fra le competenze necessarie e quelle «prodotte» dalle scuole e dalle università, e se la disoccupazione giovanile è alle stelle, fra le soluzioni c’è una formazione teorica e pratica che dialoga con il mondo produttivo ancorata alle peculiarità e alle ricchezze del territorio. È il caso degli istituti tecnici superiori (Its), scuole ad alta specializzazione tecnologica, concettualmente affini alle conosciute Supsi svizzere, le Iut francesi e le Fachhochschule tedesche; percorsi biennali o triennali post diploma o maturità e si concludono con uno stage obbligatorio. Che il modello funzioni è nei fatti: l’83% degli studenti trova un impiego a fine percorso (il 18% invece l’ha trovato prima o continua a studiare) con eccellenze che raggiungono il 91,9% degli occupati come succede nei percorsi di meccanica del made in Italy.

Il paradosso

Paradossale è quindi il fatto che anche di fronte a queste evidenze, siano poco conosciuti e poco numerosi (104 su tutto il territorio) e riguardino solo il 2% della popolazione interessata. Sei le aree di formazione: efficienza energetica, mobilità sostenibile, nuove tecnologie della vita, tecnologie innovative per i beni e le attività culturali e turismo, tecnologie per la comunicazione e l’informazione, nuove tecnologie per il made in Italy (che da sola genera 41 corsi). La maggior parte degli its è localizzato in Lombardia (20), seguono Campania (9), Lazio (8).

«Vincente è il fatto che si tratta di percorsi realizzati secondo il modello organizzativo della Fondazione di partecipazione in collaborazione con imprese, università, centri di ricerca ed enti locali, sistema scolastico e formativo. Sono quindi pensati in coerenza con le esigenze del territorio in cui sono inseriti proprio per sviluppare nuove competenze in aree tecnologiche considerate strategiche per lo sviluppo economico e per la competitività del Paese. Un modello di successo ma molti corsi fanno fatica a trovare studenti interessati e solo alcuni insegnanti le suggeriscono»,- commenta Sergio Bertolina di Galdus (ente che si occupa di formazione per aziende, corsi di obbligo scolastico-formativo per i giovani, percorsi di accompagnamento al lavoro). Galdus è inserita in tre Fondazioni Its: Innovaprofessioni con un corso di alta oreficeria in partnership con Pomellato; Agrorisorse per uno sulle tecnologie 4.0 nella ristorazione (insieme a Unox, Soul Kitchen, Shapemode, Bistrò, Fabbro); Tech Talent Factory per i corsi di programmazione software, cybersecurity, big data, ecc.

«Non investiamo abbastanza su questa formazione di riconosciuta qualità — ribadisce Alessandro Mele, presidente dell’Associazione nazionale ITS —. Le risorse del sistema Its oggi vengono da circa 12,5 miliardi da parte del ministero dell’istruzione, 35 dal ministero dello Sviluppo economico e 45 dalle regioni. Siamo

la seconda manifattura europea, eppure abbiamo puntato finora su licei e università, creando un solco con la formazione professionale. Dal nostro punto di osservazione constatiamo quanto al nostro sistema servano più tecnici di alto livello che laureati. Arriviamo a 16.000 studenti contro i 2/300 mila in Francia e 800 mila della Germania. E sull’educazione dei giovani che si gioca la ripresa dell’Italia. Lo si sa. Tutti invocano un investimento sull’educazione, da ultimo anche Draghi, ma ancora prima della pandemia lo stesso presidente del Consiglio a più riprese ha sottolineato l’importanza di far crescere il sistema Its. Lo stesso documento europeo sul Recovery Fund sottolinea la centralità dell’educazione — aggiunge Mele —. Gli istituti tecnici superiori sono una risposta efficace alla formazione professionalizzante dei giovani, rispondendo alla disoccupazione giovanile e alla cronica carenza di tecnici specializzati. I provvedimenti del governo per la ripresa del paese sono un’occasione da non perdere per l’investimento sugli Its che sono maturi e dopo la fase sperimentale (ormai 10 anni) hanno bisogno di essere messi a sistema anche con risorse per aumentare gli allievi oltre che per le infrastrutture».

di Luisa Adani

(da L’Economia del Corriere della Sera del 7 settembre 2020)

 

 

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