L’ Italia 10 anni fa era il mercato più ambito del mondo per gli imprenditori nelle fonti rinnovabili. Oggi è superata da quasi tutti gli altri Paesi europei. Agostino Re Rebaudengo, appena eletto presidente di Elettricità Futura, la principale associazione del mondo elettrico italiano, è molto preoccupato.

Perché?
«Il settore delle fonti rinnovabili, che in Europa è molto dinamico, da noi è quasi completamente bloccato. Riusciamo a realizzare pochissimi impianti».

Che cosa vi blocca?
«Una burocrazia sempre più paralizzante. Facciamo l’esempio degli impianti da oltre 30 megawatt, seguiti da una commissione interministeriale che dovrebbe rendere più veloci i processi autorizzativi. Questa commissione invece di facilitare i processi li complica, come risulta evidente da due casi emblematici, in Lazio e in Puglia, dove sono stati appena bloccati due progetti: imo è stato bocciato perché sul territorio c’erano già degli altri impianti e quindi c’è troppo affollamento, l’altro perché su quel territorio non ci sono altri impianti e quindi sarebbe un peccato realizzarne uno nuovo. Sembra una barzelletta».

In pratica tutte le scuse sono buone per non fare niente. Soluzioni?
«Bisogna togliere queste barriere. Con una task-force dedicata, che mettesse attorno a un tavolo i ministeri interessati e i rappresentanti del settore, se ci fosse la sincera intenzione di collaborare in dieci giorni avremmo risolto. Nessuno di noi vuole piantare pale dappertutto e imbruttire il paesaggio italiano. Abbiamo tutti interesse a una ripresa del turismo e dell’economia. Ma qui si tratta di cogliere la straordinaria occasione del Green New Deal europeo, puntando su una transizione energetica verde, che potrebbe portare al nostro Paese 100 miliardi d’investimenti e 400mila posti di lavoro qualificati nei prossimi io anni, oltre a tanta energia pulita».

Sarebbero utili incentivi?
«Non ci servono incentivi, ma una pubblica amministrazione efficiente, capace di applicare regole più semplici, analoghe a quelle seguite negli altri Paesi europei. Se tra il 2013 e il l’efficienza della pubblica amministrazione italiana si fosse allineata a quella media di Francia, Spagna, Germania e Regno Unito, il nostro Pii nei 2018 sarebbe stato pari a 1.761 miliardi di euro, contro i 1.614 miliardi effettivi, in base ai calcoli di uno studio Ambrosetti. In particolare in questa fase è importante far riprendere gli investimenti e spingere la produttività, non solo l’assistenzialismo, che costa e non produce reddito. Secondo molti analisti i l rapporto debito/Pil dell’Italia arriverà al 150 per cento a fine 2020. Ricordiamoci che al «60 per cento la Grecia è saltata».

E il decreto semplificazioni?
«Una buona idea, ma andava fatto bene. Così non serve. Questo stallo totale è drammatico. Ci vorrebbe un governo molto dinamico, che ogni venerdì venisse a dirci cosa ha fatto durante la settimana per far ripartire il Paese; misure chiare, progetti che decollano davvero e non solo sulla carta. Abbiamo un piano energetico molto ambizioso che da qui al 2030, quindi dopodomani, vorrebbe portare il Paese a produrre il 55 per cento dell’energia elettrica con le fonti rinnovabili. Per arrivarci dovremmo decuplicare le installazioni. Invece siamo fermi. Se tra qui e Natale il settore non riprenderà a crescere avremo perso il treno dei Green New Deal europeo».

Le fonti rinnovabili come potrebbero contribuire alla crescita?
«Nel settore delle rinnovabili la semplificazione porterebbe vantaggi per oltre 13 miliardi, facendo partire investimenti oggi bloccati che incrementerebbero il Pii e ridurrebbero le emissioni. In base alle stime realizzate dal centro di ricerca Althesys le ricadute economiche derivanti dal rilancio immediato del solo settore fotovoltaico sarebbero pari a 11 miliardi, mentre il rinnovamento del parco eolico varrebbe 2,1 miliardi».

Quali altri vantaggi ci sono?
«L’indipendenza energetica dell’Italia, per esempio. Oggi il Paese importa il 70 per cento dell’energia, finanziando la corruzione degli sceicchi. Se quest’energia ce la facessimo in casa, con impianti che sfruttano le risorse già presenti sul nostro territorio, come il sole e il vento, andremmo a finanziare aziende italiane e manodopera italiana per produrre energia pulita, invece che buttare soldi per comprare all’estero materie prime fossili, che ci rendono dipendenti da Paesi a dir poco instabili».

di Elena Comelli

 (da Buone Notizie – L’impresa del bene del 14 luglio 2020)

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