Sarebbe un gravissimo errore mettere da parte l’impegno delle imprese e dei Paesi sull’ambiente a causa della crisi economica. Ne è convinto Gregorio De Felice, capo economista di Intesa Sanpaolo. «Se l’Europa si muoverà prima di Usa e Cina, non rimarrà indietro come è accaduto con Internet e telecomunicazioni. Sarà una bella rivincita, per il bene dell’ambiente e della popolazione».
L’Italia deve seguire il flusso?
«Al di là degli Stati generali dell’economia o del piano Colao, è evidente che siamo nel mezzo di una riflessione su che Italia vogliamo ricostruire, nel medio periodo. E tutto, oggi, porta verso un’economia orientata alla sostenibilità ambientale. Da un lato c’è l’Europa, che ha preso una direzione chiarissima. L’aveva fatto pre-Covid con il Green Deal, e con la proposta del 27 maggio della Commissione europea l’ha ribadito, proponendo l’ambiente al centro del proprio sviluppo, insieme alla digitalizzazione. Sarà fondamentale per tutti i Paesi, e quindi anche per l’Italia, presentare programmi di ripresa che vanno in questa duplice direzione».
Su che cosa focalizzarci?
«L’ambiente è un macrotrend che vedrà una domanda in forte crescita nei prossimi anni. Le economie che diventeranno leader nei campi della bioeconomia, nei prodotti per l’edilizia verde e nelle rinnovabili, per esempio, saranno al centro di un fortissimo interesse. È vero che i Paesi oggi più forti, Usa e Cina, sono anche grandi inquinatori, ma i piani di sviluppo quinquennali cinesi prevedono già una virata verso un minor impatto ambientale».
Il cambiamento può essere efficace solo se avviene a livello di sistema.
«Puntare sulla bioeconomia, guardando il settore in maniera trasversale, dalla filiera alimentare al packaging, alla moda, è l’opportunità per far partire quella che chiamerei “quinta rivoluzione industriale”. Ma bisognerà essere bravi anche a esportare innovazione e brevetti, arrivando prima degli altri».
Quali sono i punti di forza che l’Italia può spendere?
«Abbiamo una produzione scientifica, nel campo della sostenibilità e dell’ambiente, molto buona. Ma quello che conta sarà il quadro di insieme: il capitale umano, il mondo delle imprese con la sua flessibilità e qualche aiuto da parte del pubblico».
Su cosa siamo carenti, invece?
«Forse quello che ci manca è un fattore di scala, per crescere rapidamente, in quantità e produzione. Ma i presupposti ci sono tutti».
Come cambia il ruolo della finanza in questo scenario?
«L’ambiente è sempre più centrale per questo settore. Penso ai green bond, a cui la Bce vuole dedicare uno spazio specifico di investimento. L’industria del risparmio gestito è molto focalizzata, le banche anche. Intesa ha un plafond sull’economia circolare di cinque miliardi e ha un’Offerta di mutui green; il prossimo passo sarà l’anticipo del credito previsto dal Decreto Rilancio. Abbiamo appena approvato una policy che definisce i criteri di esclusione per l’operatività creditizia del gruppo nel carbone».
Esiste poi un tema, non più eludibile, di responsabilità delle aziende, della finanza e della politica.
«Greta Thunberg è stata l’inizio di un processo che ora è anche una grande opportunità di riavvicinare i cittadini alle istituzioni europee, soprattutto i giovani. La carta di Von Der Leyen per tenere uniti 300 milioni di europei è il Green Deal: non solo perché è giusto, perché così preserviamo le risorse e l’ambiente, ma anche perché è un’opportunità di crescita».
Cosa direbbe a una Pmi restia a investire sulla sostenibilità?
«Che un’azienda dell’agroalimentare con certificazioni bio cresce quasi il doppio di una tradizionale, come si legge nel nostro Rapporto».
Servirebbero forse più incentivi?
«Gli incentivi vanno dati se esiste un beneficio collettivo, e questo è il caso. Li focalizzerei, però, su chi innova, fa ricerca e brevetta soluzioni che vanno in questa direzione».
di Francesca Gambarini