La polpa e l’osso fu la fortunata metafora coniata da Manlio Rossi-Doria per narrare il rapporto tra l’Italia dei grandi e medi agglomerati urbani e l’Italia “interna”, dei piccoli comuni di collina, di montagna, le aree rurali sparse. Apparentemente sembra che si parli di un rapporto tra poli opposti, ma polpa e osso hanno necessariamente i destini intrecciati. Negli anni quella rappresentazione plastica ha ceduto il passo ad una nuova espressione, l’Italia dei pieni e dei vuoti. La prima è ricca di apparati produttivi e di popolazione e di immigrazione, la seconda ha elementi naturali, molto povera di popolazione e di servizi ed è principalmente terra di emigrazione. Nell’Italia del vuoto, restare può essere o un atto di coraggio o l’assoluta assenza di altre chance.

Le grandi crisi economica, ambientale, migratoria a cui oggi si aggiunge la crisi sanitaria del Covid-19, stanno lentamente ribaltando le posizioni di vantaggio. È l’Italia piena di spazi e povera di abitanti che ha molte carte da giocare nella sperimentazione di nuovi modelli sociali ed economici rispetto alla crisi del neoliberismo; è l’Italia dei patrimoni ambientali non aggrediti dall’ipersfruttamento delle risorse naturali a diventare nicchia attrattiva per nuovi residenti; è la penisola di case disabitate e terre incolte a segnare un vantaggio competitivo nella riprogettazione di esistenze individuali e familiari low cost, che non trovano spazi adeguati nei centri urbani. Rispetto al grande tema dell’accoglienza dei migranti l’Italia del vuoto ha fatto scuola per i suoi virtuosi sistemi pubblici di accoglienza diffusa che danno nuova vita a borghi abbandonati 0 semi-abbandonati, basti pensare agli esempi di sant’Alessio in Aspromonte, del Parco delle Madonie, di Comerio, di Biccari.

Tra tanti esempi di riuscita integrazione e ripresa economica delle aree rurali è anche la Rete dei Piccoli Comuni del Welcome, in cui i processi di accoglienza sono intesi in senso distico, non solo per i migranti ma per tutti i residenti, e dove l’innovazione dei sistemi di welfare si coniuga con l’innovazione dei sistemi di impresa cooperativa, favorendo e accompagnando la nascita di Cooperative di Comunità tra autoctoni e nuovi arrivati che prendono in gestione terre incolte e case abbandonate per finalità produttive e turistiche.

Nel frattempo ciò che avviene nel “pieno” è sotto gli occhi di tutti: periferie metropolitane in cui la qualità di vita scende vorticosamente, aumento del divario, nei centri urbani, tra zone ricche e ricchissime e zone povere e poverissime, con un trend mondiale che ha portato quest’anno, secondo i dati dell’Un-Habitat, due miliardi di persone a vivere negli slums delle megalopoli del pianeta, scontri etnici e odio razziale nelle banlieue parigine come nei quartieri periferici italiani ben descritti da Goffredo Buccini nel suo Ghetti. Di fronte a questa nuova emergenza sembra che la bilancia della qualità di vita del futuro si sposti ancora una volta verso l’osso. Vivere nel distanziamento sociale è una pratica semplice da realizzare a Petruro Irpino, piccolo comune Welcome, 250 abitanti e ima grande piazza esposta al sole, due bar sempre frequentati dagli anziani e i giovani del paese, una chiesetta molto operosa, 20 persone migranti che hanno in affitto delle case ed una cooperativa di comunità che cura l’albergo diffuso. Vivere il distanziamento sociale su una metropolitana, su un autobus, all’interno di uffici affollati, in zone centrali di Napoli, al porto di Genova al mercato del Capo di Palermo, significherà stravolgere gli stili di vita e forse rendere insostenibile una economia urbana già oggi precaria. Ristoranti, bar, negozi, alberghi delle città si basano su flussi costanti di clienti che per il prossimo futuro dovranno scemare di molto, aumenterà lo shopping online e si annienteranno tanti pezzi dell’economia urbana, quelli che resteranno potranno essere principalmente appannaggio delle fasce più agiate. Nelle aree interne invece la vita potrebbe continuare indisturbata e le nuove regole di convivenza potrebbero addirittura essere per l’osso un fattore attrattivo di nuovi residenti, che in caso di future quarantene, non verranno intrappolati in condomini ma in case che hanno aree verdi adiacenti. Non è escluso quindi che nel prossimo futuro l’osso diventi ossimoro, un ossimoro vincente, vincente proprio perché è rimasto indietro ed ha già dovuto fare anzitempo delle innovazioni per resistere e rilanciare nuovi modelli di coesione sociale.

di Angelo Moretti
Rete dei Piccoli Comuni del Welcome

 (da BuoneNotizie – L’Impresa del bene del 26 maggio 2020)

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