Milano non si ferma. Andrà tutto bene. Ovviamente in forma di hashtag. Poi Milano si è fermata. E ci stiamo rendendo conto che non andrà tutto bene per niente. Le persone appollaiate sui balconi stanno smettendo di cantare, perché con 10.000 morti alle spalle e chissà quanti nel prossimo futuro, comincia ad esserci davvero poca voglia di manifestazioni di ottimismo. Stiamo capendo la portata di ciò che ci circonda. Stiamo capendo che – come e molto di più dell’11 settembre – il coronavirus rappresenterà uno spartiacque tra quello che c’era prima e quello che ci sarà dopo.

Nessuno ancora sa davvero per quanto tempo le frontiere saranno chiuse. Nessuno sa se e quando torneremo a stringerci la mano senza essere scossi da un moto di timore. Il coronavirus sta mostrando al mondo – più dell’inquinamento e dei cambiamenti climatici, che agiscono lenti e subdoli – con quanta forza la natura, se provocata, sappia rispondere ad un ospite in genere gradito, ma che deve stare attento a non diventare troppo ingombrante. La domanda, oggi è noto ai più, non è tanto “quando sarà tutto finito per uscire di casa tranquilli”, quanto “come fare per non portare il Paese al collasso economico, facendo uscire la gente di casa con un numero di morti sostenibile”.

Una versione più brutale e realistica del futuro si pone di fronte alla società: non andrà tutto bene. Nella migliore delle ipotesi tutto andrà meno peggio possibile. 

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di Stefano Epifani
Chief Editor di TechEconomy

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(foto: lanuovasardegna.it)

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