E’chiaro «che questa epidemia ci insegna molte cose, alcune dobbiamo ancora capirle appieno, ma l’industria farmaceutica è in grado di far fronte a questi shock con ima velocità maggiore che in passato». Massimo Scaccabarozzi è presidente di Farmindustria, l’associazione confindustriale di settore dal 2011 ma è anche presidente e amministratore delegato della Janssen, la branca farmaceutica del colosso americano Johnson & Johnson, ed è perfettamente in grado di collegare le riflessioni sull’emergenza a quelle di medio periodo.
Dalle crisi si impara sempre, ma l’industria del farmaco è rimasta spiazzata dall’avvento del Coronavirus?
«Non è la prima volta che succeder. Nella storia epidemiologica dell’umanità emergono di tanto in tanto nuovi virus, rispetto ai quali non esiste nell’immediato un vaccino o una risposta farmacologica già pronta. È stato così per l’Aids e per Ebola e si sta ripetendo per il Covid-19. Perdipiù lo straordinario sviluppo della mobilità ha finito per favorirne la diffusione e ci tocca rincorrere. Se siamo stati impreparati al nuovo, siamo però pronti a fronteggiare la situazione».
Il profano è portato a pensare che i tempi di reazione siano lenti, è veramente così?
«No, al contrario questa volta sono stati molto più veloci che in passato. Complice anche il fatto che, mentre si stava sviluppando l’infezione in Cina, si è riunito a Davos il World Economie Forum: c’è stata la possibilità da parte dei grandi gruppi internazionali di una consultazione immediata. In più tenga conto che con il Covid-19 la sequenza virale è stata identificata quasi subito in Cina e successivamente anche da noi all’ospedale Spallanzani di Roma e al Sacco di Milano. Con Hiv ed Ebola non era stato così, la sequenza era stata trovata tardi».
Con che tempi e quale logica l’industria farmaceutica si sta muovendo per produrre un vaccino? Prevale la collaborazione o la competizione?
«Penso che ci vorrà un anno. A oggi ci sono ben 35 studi che si candidano a trovare la soluzione farmacologica, una risposta straordinaria. Che ognuno segua la sua strada non è un mero riflesso di cultura capitalistica, ma il presupposto per agire più velocemente».
Un anno non è troppo?
«Tutt’altro. Tenga presente che per sviluppare un farmaco ce ne vogliono dieci. Dalla scoperta scientifica fino al malato la strada è lunga e farmaci che pure erano arrivati alla fase finale (la tre) sono saltati perché non hanno retto alla verifica di uno studio clinico. Negli smartphone ci sono stati dieci modelli in dieci anni, nella farmaceutica un processo identico richiederebbe mono anni».
Il caso Covid-19 sta riportando all’attenzione dell’opinione pubblica il valore della competenza. Accadrà anche all’industria farmaceutica di avere un ritorno d’immagine su questo, quantomeno per la sua insostituibilità?
«Se ci guardiamo indietro e ricordiamo l’assurdo conflitto con gli esponenti no-vax non possiamo che trame le debite conseguenze. L’opinione pubblica più in generale troppo spesso è portata a pensare che in campo scientifico-farmaceutico sia tutto scontato, tutto facile. Non è così».
In questo scenario, che è doverosamente globale, che ruolo può giocare l’industria italiana che è composta per metà di multinazionali straniere e per metà di imprese familiari internazionalizzate?
«Innanzitutto va detto che l’industria italiana è pienamente dentro le dinamiche globali di cui abbiamo parlato finora. È in una posizione di primo piano in Europa. Ha generato una crescita straordinaria dell’export in questi anni pure difficili. Ci sono in ballo nel mondo mille miliardi di investimenti in ricerca nei prossimi cinque anni e noi dobbiamo fame arrivare il più possibile nel nostro Paese, con l’obiettivo di valorizzare ulteriormente sia i centri di ricerca che abbiamo sia la qualità del nostro manufacturing».
Abbiamo le carte per sederci a quel tavolo?
«Le hanno sicuramente i gruppi internazionali che producono in Italia, ma le hanno anche gruppi che investono in ricerca o collaborano con successo con le startup».
Ma al di là della produzione, con che obiettivi di sistema vi muovete? Che tipo di collaborazione pubblico-privato serve per fronteggiare le nuove sfide?
«Non viviamo di solo export, ma vogliamo che la sanità italiana cresca e per questo lavoriamo in collaborazione con le istituzioni, i medici, associazioni come Cittadinanza Attiva. Spero che le drammatiche vicende di questi giorni servano a ribadire il valore di un sistema sanitario forte, che ha anche un effetto economico nella misura in cui sa fronteggiare fenomeni come le epidemie. In questo quadro la collaborazione fra pubblico e privato è una stella polare della nostra azione, non ci può essere ima forte industria farmaceutica senza di essa».
A proposito di collaborazione fra pubblico e privato, va anche detto che spesso però sul tema della spesa sanitaria i rapporti con i governi che si sono succeduti al potere sono stati burrascosi.
«Certo, abbiamo dei rilievi da porre sulla governance della spesa pubblica e sui tetti di spesa. Gli oneri che ne derivano alle nostre imprese rischiano di non essere sostenibili, ma non è questo il momento della polemica e della divisione. Ora bisogna rimboccarsi le maniche e poi se dalla crisi avremo imparato qualcosa forse ci muoveremo, tutti, adottando un’ottica diversa e più costruttiva.
di Dario Di Vico