Editoriale

Questa poteva essere una delle domande più interessanti da porre il 5 al Convegno sul Digitale Sostenibile, alla Camera dei Deputati. Peccato che l’incontro sia stato cancellato per le note vicende legate al Coronavirus.

Ma la domanda permane, ed è interessante tentare di dare una risposta.

Non nascondo l’entusiasmo nella lettura del libro di Stefano Epifani “Il Digitale Sostenibile” (vedi recensione a pag. 33 di questo numero di CSRoggi, ndr) proprio perché l’affondo su questo tema si è rivelato una piacevole lettura.

A pagina 164 Epifani cita una battuta di Mario Brega a Carlo Verdone, tratta dal film “Bianco, Rosso e Verdone”: «Sta mano po’ esse fero e po’ esse piuma» ed Epifani aggiunge: “Lo stesso vale per la Tecnologia”.

La tecnologia è uno strumento della sostenibilità. Può essere una risorsa e può essere una iattura.

La tecnologia “deve” essere sostenibile! Anzi se non è sostenibile facilmente diventa un ostacolo allo sviluppo.

L’approccio immediato non è quello di buttarsi senza riflettere sulle nuove tecnologie o su tutto ciò che ha a che fare con il tecnologico, ma occorre verificare gli impatti generati dall’innovazione tecnologica, misurare gli effetti e giungere a conclusioni realistiche sull’utilità di ciò che si fa. Guardando l’Agenda 2030 non esiste un GOAL che non abbia necessità di tecnologie avanzate. Persino la Partnership (Goal 17) per l’innovazione passa attraverso la condivisione puntuale di dati, esperienze, progetti e soluzioni e la tecnologia è lo strumento utile perché ciò avvenga.

Il cambiamento tecnologico è fatto da piattaforme dialoganti, da sviluppo di applicazioni sempre più raffinate e passa attraverso reti sempre più veloci e che migliorano il dialogo interpersonale.

Non si può prescindere dalla cultura e da un approccio valoriale per attivare l’innovazione tecnologica.

Anzi la cultura è il terreno su cui far attecchire gli strumenti più innovativi della tecnologia per dare senso alla innovazione e a ogni trasformazione.

Sarebbe una minaccia, la tecnologia, se non fosse in grado di valutare gli impatti!

Ad esempio: quando i giornali venivano realizzati artigianalmente attraverso l’uso delle lettere in piombo c’erano specialisti che sapevano creare i “blocchetti” da legare insieme. Poi è giunta la foto-composizione e quegli stessi soggetti si sono attivati per migliorare la loro competenza. Oggi, con le pagine direttamente poste sui pc dei giornalisti, queste figure professionali sono sparite.

Vi sono state riconversioni produttive e per alcuni si sono aperte nuove competenze. Altri hanno perduto il posto di lavoro, altri ancora hanno cambiato totalmente il proprio campo lavorativo. Una ventata innovativa che ha prodotto impatto positivo e negativo. La sostenibilità è un metodo per scegliere bene e per misurare ogni impatto.

Per questo è decisamente importante la testimonianza di Massimo Scaccabarozzi, A.D. di Janssen e Presidente di Farmindustria. Nella sua intervista pubblicata nelle pagine che seguono egli mostra lo stretto legame aziendale tra chi governa e chi collabora: compresi stakeholder, territorio e persino Terzo settore. Questa è la base dialogante per poter camminare dentro lo sviluppo tecnologico in modo sostenibile. Un cammino condiviso e partecipato.

Bruno Calchera
Direttore Responsabile di CSRoggi

(da CSRoggi Magazine, anno 5, n.1, Febbraio/Marzo 2020, pag. 3)

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