Pubblichiamo in anteprima una sintesi dell’intervista di Giovanni Minoli a Davide Bollati, presidente del gruppo Davines, è anche uno dei nostri Champions (le imprese ad alta crescita). L’intervista integrale andrà in onda, lunedì 9 marzo, su National Geographic, canale 403 di Sky alle 20.40.
Davide Bollati, 53 anni, parmigiano, presidente del gruppo Davines, laboratorio di prodotti di bellezza per la cura dei capelli e della pelle con un fatturato 2018 di 148 milioni di euro e una crescita del 16%.
Oggi Davines rappresenta un’eccellenza italiana, presente in oltre 90 Paesi, basata su un solo credo: «La bellezza sostenibile». Dottor Bollati, cosa intende con «bellezza sostenibile»?
«Il perfetto equilibrio tra forma e sostanza, tra buono e bello».
Lei è entrato in azienda nel ‘92. Prima di lei Davines cosa faceva?
«Prima era un piccolo laboratorio artigianale fondato dai miei genitori».
Quando ha avuto la folgorazione della «bellezza sostenibile» rispetto a quello che facevano i suoi genitori?
«Consapevolmente dal 2005, istintivamente direi da sempre. Dopo la laurea in farmacia ho studiato per tre anni alla Harvard Business School, lì ho capito quello che non volevo fare: non volevo portare avanti un modello d’azienda che ha come obiettivo la valorizzazione massima per poi eventualmente vendere».
Quanto investite in ricerca e sviluppo?
«Non mi piace dare un numero, penso che sia piuttosto una questione di cultura aziendale. È una questione trasversale. Quando hai la cultura giusta, tutto diventa ricerca e sviluppo».
Lei ha detto che non è stato semplice cambiare mentalità, ma mettere l’ambiente e le persone al centro di ogni azione è stata la mossa giusta. Quindi possiamo dire che essere sostenibili alla fine paga, visto il fatturato?
«Sicuramente, ormai i consumatori richiedono prodotti sostenibili e quindi assolutamente paga. Negli ultimi cinque anni abbiamo raddoppiato il fatturato. Dall’inizio della virata sostenibile la crescita è costante, è fra il 10 e il 20%».
Oggi è possibile secondo lei fare impresa senza essere sostenibili?
«Oggi no, non è conveniente e non è più neanche il momento storico».
Avete aperto uno stabilimento nuovo. Dove?
«Sì l’anno scorso abbiamo aperto a Parma un village, che è la casa della bellezza sostenibile».
In azienda avete anche una carta etica redatta dai dipendenti, con l’aiuto del filosofo Alberto Peretti. A cosa serve?
«La carta etica ci aiuta a definire i valori che vogliamo perseguire in azienda. Ne abbiamo identificati tredici, poi ne abbiamo aggiunti altri. Questi valori sono quelli che ci guidano nella vita d’impresa quotidianamente».
Qual è il centro della carta?
«Il centro della carta è un tipo di capitalismo umanistico che non riconosce la supremazia degli azionisti, ma che lavora piuttosto per tutti i portatori d’interesse. Quindi è una visione più olistica, più rotonda della gestione aziendale».
Questa sua filosofia assomiglia un po’ a quella di Brunello Cucinelli. Vi siete mai confrontati sul vostro modo di fare impresa?
«Sì, ci siamo confrontati. Cucinelli è sicuramente un mio riferimento e anche il suo tipo di “capitalismo umanistico”. Servirebbero più Solomeo, almeno cento in Italia, e tante altre in tutto il mondo.
Un altro suo modello è Elon Musk, il creatore della Tesla. Perché?
«È un mio modello perché lui è partito con la grandissima capacità di mettere insieme performance e sostenibilità. Oggi sono un po’ meno entusiasta di lui perché sta pensando più a Marte che al pianeta Terra e oggi è necessario stare un po’ più con i piedi per terra».
Lei ha detto che al Pii preferisce l’indice di felicità del Bhutan. Che indice di felicità ha?
«Ormai da 40 anni questo piccolo stato porta avanti una politica che ridefinisce gli equilibri economici, sociali e ambientali. Da un punto di vista ambientale e sociale, penso che possa essere un grande esempio per il mondo».
Quindi al profitto preferisce il benessere dell’azienda e dei dipendenti?
«Oggi le due cose sono convergenti, vanno di pari passo: si fa profitto, se si riesce a dare benessere all’azienda».
È vero che per far sì che la sostenibilità non resti solo una parola ma sia una variabile chiave dei processi decisionali ai vostri top manager assegnate «obiettivi sostenibili»? Quali sono?
«Per esempio, tutto il nostro team di ricerca e sviluppo ha obiettivi che prevedono l’uso di materie prime biodegradabili all’intemo delle formule, a parità di performance».
Nel 2018, come dicevamo prima, ha anche creato il Davines Village, la nuova sede del gruppo. 77.000 metri quadri, una sede completamente carbon free. Nessuna emissione di CO2?
«No, ci sono emissioni di CO2, però le compensiamo completamente con nostri progetti. Ad esempio ne abbiamo uno in Etiopia che compensa 10.000 tonnellate di CO2. I passi successivi sono recuperare e ridurre il più possibile alla sorgente».
Può parlarmi del suo Orto scientifico?
«Abbiamo 6.000 piante. È scientifico perché studiamo i principi attivi. È un orto di ricerca che poi ci serve per far partire delle filiere sulle nostre materie prime. Nell’orto scegliamo i principi attivi e poi li coltiviamo fuori tramite degli agricoltori. Ad esempio, tanti presidi “Slow Food” lavorano con noi».
Anche i dipendenti possono occuparsi dell’orto?
«Assolutamente sì. Sta prendendo piede questa iniziativa».
Quanto vale oggi il mercato della cura dei capelli e della pelle?
«Nel mondo 250 miliardi di euro«.
Chi sono i più forti in questo campo?
«I francesi, gli americani, i tedeschi, i giapponesi…»
E dove vendete di più?
«Vendiamo di più nell’Europa occidentale e in Nord America. Stiamo iniziando anche nei paesi emergenti, ma questi paesi hanno altre priorità. Però stiamo arrivando velocemente anche là».
Secondo lei si arriverà ad usare anche nella chirurgia estetica materiali più naturali?
«Sono due strade diverse. La filosofia alla base è diversa».
Qual è la prossima tappa di Davines?
«La cura del mondo».
di Giovanni Minoli