Parola d’ordine: non abbassare la guardia. Il 2019 è stato un altro anno critico per gli attacchi dei pirati informatici contro le strutture sanitarie a livello mondiale. E l’Italia non ha fatto eccezioni. Lo confermano i dati relativi al settore della sanità contenuti nel Rapporto Clusit 2020 sulla sicurezza ICT (Information and Communications Technology), che sarà presentato il 5 marzo.
Nel 2019 sono stati 1.670 gli attacchi complessivi gravi (più 7% rispetto al 2018). Il settore sanitario è stato per lo più vittima di cybercrime (97% degli attacchi mirati a questo ambito). Clusit ha raccolto informazioni prevalentemente relative a strutture statunitensi (86%), perché oltreoceano hanno un obbligo di «disclosure» degli incidenti (devono cioè denunciarli per legge), e poi in Europa (6%), Oceania (5%) ed Asia (2%).
La sanità è una delle categorie con il maggior numero di attacchi (12% del totale, +18% rispetto al 2018) e un impatto di livello «alto». Due le tipologie usate: «malware» (32%), nella quasi totalità dei casi di tipo «ransomware». Si tratta cioè di un vero e proprio sequestro dei dati e delle infrastrutture che vengono resi illeggibili e inutilizzabili, chiedendo poi un riscatto per lo sblocco. Poi c’è il furto di dati personali, cartelle cliniche comprese: il cosiddetto «databreach» (32%).
Il 15% di tutti questi attacchi si è rivelato «critico». Anche un ospedale italiano è stato colpito, il Fatebenefratelli di Erba (Como), dove un ransomware ha reso inaccessibili i file di 35mila radiografie. L’azienda ha dichiarato ufficialmente di non aver pagato il riscatto e ha provveduto ad effettuare de-1 nuncia contro ignoti.
Quali sono state le conseguenze per i pazienti ai quali sono state cifrate le radiografie? «I pazienti han-1 no in prima battuta subito disagi nell’erogazione dei servizi, in parti- [ colare al Pronto soccorso, in Radiologia e agli sportelli per la prenotazione degli esami, a causa dei sistemi in tilt — spiega Sofia Scozzari, del comitato scientifico Clusit – Per quanto riguarda invece le 35mila radiografie cifrate, che risalivano agli ultimi 12 mesi, purtroppo, non è stato possibile recuperare i file. L’impatto è stato notevole per tutti i pazienti che non disponevano di una loro copia dell’esame e che a questo punto non possono farne richiesta all’ospedale. Inoltre, per i medici sarà impossibile in futuro valutare la situazione storica dei pazienti nell’ultimo anno avendo di fatto perso i file relativi. È preoccupante infine la possibilità che migliaia di dati diagnostici possano essere diffusi e venduti a terzi».
Che cosa ci insegna questo attacco? «A giudicare dalle conseguenze di questo attacco è importante che si tengano presente due regole principali — risponde l’esperta —. La prima è che tutti gli impiegati dell’azienda siano preparati a sufficienza a riconoscere minacce attuali come phishing (una frode con mail fasulle, ndr) e ransomware. La seconda è che un ospedale disponga sempre di una soluzione di backup adeguata o sufficientemente protetta rispetto al resto dei sistemi informatici che possono essere oggetto di un attacco. Se infatti, l’infezione di un ransomware può essere in molti casi inevitabile, un sistema di backup correttamente configurato può permettere quanto meno di recuperare i file dei pazienti» . Ma a preoccupare è il livello complessivo della sicurezza informatica nelle strutture sanitarie italiane che Clusit giudica mediamente non adeguato al livello delle minacce attuali.
Quali contromisure adottare allora? «La prima è rappresentata dall’educazione e dalla responsabilizzazione degli utenti—sottolinea Sofia Scozzari—. È necessario investire in frequenti corsi di awareness per i dipendenti per insegnare loro a riconoscere e, ove possibile, contrastare le minacce cyber». «Resta sempre fondamentale dotarsi di soluzioni di backup e disaster recovery (ripristino dei sistemi, dati e infrastrutture, ndr) e che questi sistemi siano correttamente configurati ed opportunamente segregati, in particolare rispetto alla rete client, che è il primo target di un attacco ransomware. In questo modo, anche in caso di infezione, le copie di backup saranno preservate dal malware e sarà possibile ripristinare i dati in tempi ragionevoli»
di Ruggiero Corcella