Il disinvestimento dal petrolio (il cosiddetto «divest oil») annunciato dal fondo sovrano norvegese Norges Bank, che ha 885 miliardi di euro di masse gestite: un esempio seguito tra gli altri dal Fondo pensione Cometa dei metalmeccanici. L’uscita dal carbone del gruppo bancario francese Bnp Paribas e del gestore di patrimoni Usa Candriam. Anche questa è finanza sostenibile, come ci spiega Francesco Bicciato, segretario generale del Forum per la Finanza Sostenibile.
Bicciato, oggi sempre più spesso si parla di finanza Sri, cioè Sustainable and Responsible Investment. Che cosa vuole dire?
«La finanza sostenibile promuove forme di investimento che, accanto all’analisi tradizionale, integrano nella selezione dei titoli l’Esg, cioè criteri ambientali, sociali e di governance. È una finanza non speculativa, che preferisce l’economia reale e ha un orizzonte di medio-lungo termine».
Sono concetti tecnici, difficili da capire. È una finanza di nicchia?
«Negli ultimi anni il comparto sta progressivamente uscendo dalla nicchia. Lo dicono i numeri del risparmio gestito: a livello europeo, parliamo di circa 12-13mila miliardi che corrispondono al 46 per cento dei volumi finanziari a livello mondiale. Di questi, il mercato italiano copre circa 1.600-1.700 miliardi, ovvero il 9 per cento del totale. Cifre che ci pongono dopo i mercati di Regno Unito e Francia, che hanno avviato questa esperienza da tempo, ma più avanti dei tedeschi. Un mercato che, seppur giovane, ha continuato a crescere anche quando c’è stata una congiuntura negativa. Ma la crescita sta anche nei numeri del Forum: dal 2015 a oggi siamo passati da una cinquantina a oltre cento soci di vario genere».
Come sono cambiate le attitudini degli investitori e dei risparmiatori nei confronti della finanza sostenibile?
«Sono aumentate la conoscenza e la sensibilità soprattutto in relazione ai temi della finanza green. Da parte del pubblico retail (i piccoli risparmiatori) c’è poi una ricerca di maggiore trasparenza negli investimenti e un’attitudine ad agganciare l’economia reale più che puntare sull’investimento speculativo di breve termine. Mentre fino a qualche anno fa gli istituzionali rappresentavano quasi la totalità del mercato, il trend di crescita della componente retail è stato esponenziale, tanto che oggi i capitali fomiti dai risparmiatori rappresentano il 30 per cento dell’asset under management complessivo in Europa».
Sostenibilità ambientale, sociale e di govemance. Quale ambito è più trascurato?
«Sicuramente l’ambito sociale. L’impatto sociale è difficile da misurare, è più facile misurare quello ambientale. Il concetto di sostenibilità comprende tutti e tre gli ambiti, ambientale, sociale e di governance. Possiamo usare la metafora dello sgabello a tre gambe: nel momento in cui se ne toglie una, lo sgabello non sta in piedi».
Quali sono i pregiudizi più difficili da sfatare sulla finanza sostenibile?
«Che non si tratta di filantropia, ma di investimenti che – oltre all’attenzione a determinati aspetti – hanno l’obiettivo di dare un ritorno economico e finanziario nel lungo termine per l’investitore e per la società. Un numero crescente di ricerche accademiche e di analisi di mercato ha mostrato che negli ultimi anni le performance generate dai prodotti Sri sono cresciute in linea con quelle dei fondi tradizionali e in alcuni casi sono state addirittura superiori. A tutto ciò si aggiunge una minimizzazione dei rischi, visto che è una finanza attenta all’ambiente e al sociale».
Qual è il punto debole?
«La mancanza di definizioni condivise e di un ente terzo che certifichi che cosa è davvero un prodotto sostenibile. Il rischio oggi è del cosiddetto greenwashing: cioè spacciare per sostenibile e rispettoso dell’ambiente ciò che non lo è. Di fatto, è ima comunicazione ingannevole».
Che cosa si muove a livello europeo?
«A marzo del 2018 la Commissione Europea ha lanciato l’Action plan on sustainable finance e ha approvato due regolamenti mentre sono in corso le consultazioni per un terzo regolamento sull’introduzione di una tassonomia. La Ue si è dotata di una precisa tabella di marcia per rafforzare il ruolo della finanza nella transizione verso un’economia sostenibile. Due sono gli obiettivi: orientare gli investimenti verso lo Sri e aumentare i criteri di trasparenza. Tra questi, c’è la tassonomia, che indicherà che cosa è Sri e che cosa no».
Quale sarà il tema caldo della finanza Sri?
«Il climate change, che abbiamo trattato in più occasioni e che sarà nuovamente protagonista all’apertura della Settimana Sri il prossimo 12 novembre».
di Fausta Chiesa
(da Buone Notizie – L’impresa del bene del 5 novembre 2019)