Greta Thunberg, la giovane attivista svedese promotrice dei “Fridays for future”, ha accusato i Paesi più sviluppati di creative carbon accounting, in sostanza di conteggiare in modo fasullo le proprie emissioni, e l’Economist ha dovuto ammettere che she has a point, ha colpito nel segno. La questione in discussione è l’obiettivo “emissioni zero” per il 2050 che diversi Paesi (tra cui l’Italia) hanno proclamato e che dovrebbe essere adottato dall’intera Unione europea, come risposta dei politici alla crescente sensibilità dell’opinione pubblica sulla questione climatica.
In giro per il mondo più di 60 paesi e 100 città hanno adottato o promesso di adottare dei target che porteranno a emissioni nette zero, solitamente attorno al 2050. La maggioranza dei paesi firmatari sono europei, piccole isole Stato, o ricche città e regioni. Quest’estate la Gran Bretagna e la Francia sono diventate le prime grandi economie che hanno inserito questi obiettivi nel sistema legislativo. Lo Stato di New York le ha subito seguite. L’idea è così popolare che aeroporti, supermercati, uffici e anche concerti rock si stanno affrettando a unirsi al club.
Il problema nasce dal fatto che i soggetti che assumono questo impegno sono in larga misura quelli che consumano beni prodotti altrove.
Quando un inglese acquista uno smartphone prodotto in una fabbrica cinese che ricava la sua energia elettrica da un impianto a carbone, l’anidride carbonica emessa per la sua fabbricazione non viene corteggiata come “British”; il carburante per jet che porta una guyava sudamericana a New York non fa parte delle emissioni dell’Empire state.
Il messaggio di Greta è dunque chiaro: per intervenire efficacemente sulla mitigation delle emissioni dobbiamo porci il problema delle modalità di produzione nei Paesi dove si è trasferita una parte importante della produzione di beni, cioè i Paesi emergenti o in via di sviluppo, che tendono a usare le fonti di energia fossili, attualmente per loro meno costose. Solo con un impegno consistente di trasferimenti tecnologici e aiuti finanziari (come i 100 miliardi all’anno previsti dal Green Climate Fund, finora largamente inattuato) la battaglia per una sostanziale riduzione delle emissioni può avere successo.
Il problema è politicamente delicato. Se è già difficile convincere l’opinione pubblica a modificare i modelli di consumo per ridurre le emissioni di gas serra, lo è ancora di più stanziare cifre consistenti in aiuti ai Paesi in via di sviluppo finalizzati alla mitigazione. Eppure l’emergenza climatica è un problema globale che nessun Paese, neppure l’Unione europea, può pensare di risolvere da solo, anche se ogni Paese dovrà realizzare a livello nazionale l’adattamento agli inevitabili cambiamenti che già stanno avvenendo e avverranno a causa dell’aumento delle temperature e dei fenomeni meteorologici estremi.
Queste considerazioni non devono far passare in secondo piano il grande sforzo a cui è chiamata l’industria europea per ridurre le sue emissioni. Sul sito dell’Istituto affari internazionali, Nicolò Sartori ricorda che
L’industria non soltanto ha la necessità di migliorare le proprie performance produttive per rimanere competitiva, ma deve allinearsi – e in un certo senso diventare strumentale – agli obiettivi di completa decarbonizzazione cui l’Ue punta per il 2050. Il comparto – che include processi industriali, manifatturiero e costruzioni – contribuisce infatti a circa il 20% delle emissioni totali di CO2 in Europa, alle spalle del settore energetico (27%) e di quello dei trasporti (24%). E, insieme a quest’ultimo, presenta le maggiori criticità in termini di decarbonizzazione, laddove sul fronte energia la penetrazione delle rinnovabili rende l’abbattimento delle emissioni un obiettivo più facilmente realizzabile.
L’articolo di Sartori prosegue con una serie di considerazioni sulle strategie delle imprese per raggiungere questi obiettivi attraverso l’elettrificazione, l’economia circolare e l’automazione; raccomanda una maggiore attenzione a questi problemi (che sono poi i problemi dell’industria 4.0) nel Green new deal europeo, che sarà gestito dal vicepresidente della Commissione europea Frans Timmermans, e anche nei programmi del governo italiano.
I due esempi che abbiamo riportato (il grande impegno richiesto per diverse modalità di produzione nei Paesi emergenti e in via di sviluppo, nonché la rivoluzione richiesta non solo nei comportamenti dei consumatori, ma anche nelle modalità di produrre all’interno dell’Unione europea) mettono in evidenza l’ampiezza della rivoluzione che ci attende, se si vuole seriamente affrontare la crisi climatica. In questo contesto, l’informazione gioca un ruolo essenziale. Ne è ben consapevole il Guardian, il quotidiano inglese che in un recente editoriale si è candidato a svolgere un ruolo di guida nel reporting sulla catastrofe ambientale.
Racconteremo come il collasso ambientale sta già colpendo molta gente in tutto il mondo anche a seguito dei disastri naturali e dei fenomeni metereologici estremi. Vi riporteremo le testimonianze più importanti nel mondo sulla crisi climatica e affronteremo anche i temi relativi al cibo, ai viaggi e agli stili di vita nell’ottica di aiutare i lettori a vivere in modo sostenibile. Avvieremo indagini sulle strutture economiche e politiche che sono alla base dell’economia del carbonio e esamineremo il ruolo che la crisi climatica svolge su molti altri temi critici, comprese le diseguaglianze, le migrazioni e la battaglia sulle risorse scarse. Useremo un linguaggio che riconosce la severità della crisi che stiamo affrontando.
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(da ASviS newsletter del 24 ottobre 2019)