Il 19 agosto 2019,181 molto influenti membri della Business Roundtable americana (l’equivalente della nostra Confindustria) hanno filmato un documento dal titolo «Statement on the purpose of a Corporation». La tesi enunciata e difesa dai 181 Ceo (Chief Executive Officer, cioè amministratori delegati) di colossi aziendali come IP Morgan (il cui Ceo, Jamie Dimon, è anche presidente dell’Associazione), Amazon, Apple, Boeing, ATeT, General Motors, Black Rock, ecc. è che obiettivo primario dell’impresa non è la massimizzazione del valore per l’azionista (shareholder value) ma la massimizzazione del valore creato, che va condiviso, con criteri di equità, tra tutti coloro che hanno concorso, in una forma o nell’altra, alla sua creazione.
Sono queste le ormai ben note classi di stakeholder: azionisti certamente, ma anche lavoratori, fornitori, clienti, comunità di riferimento. Il Wall Street Journal ha parlato, sin da subito, di «svolta nella filosofia degli imprenditori» e di epocale inversione di tendenza. In un certo senso ciò corrisponde a verità perché è la prima volta che da un consesso di quel genere esce una dichiarazione di tale portata. Al tempo stesso, però, va ricordato che già l’americano H.B. Bowen (1953) aveva lanciato la provocazione della «responsabilità sociale dell’impresa», ricevendo il dileggio di Milton Friedman, il fondatore della Scuola di Chicago e l’anticipatore del progetto politico neoliberista. Bisognò però attendere gli anni Ottanta perché studiosi come Edward Freeman e altri avanzassero la teoria degli stakeholder, secondo cui il management d’impresa deve operare in modo da compatibilizzare esigenze e aspettative di tutte e cinque le classi di portatori di interesse.
Dov’è allora la novità?
Nel fatto che siano stati gli stessi responsabili d’impresa a riconoscere (finalmente!) l’infondatezza scientifica, oltre che l’insostenibilità socio-politica, della pratica dello shareholder value. Già alla fine degli anni Settanta, studiosi del calibro di J. Stiglitz, A. Sen, M. Spence, H. Akerlof (tutti premi Nobel!) avevano dimostrato che lo «shareholder capitalism» non massimizzava il benessere sociale, e che la teoria fino ad allora creduta era aporetica, conteneva cioè errori seri. Non si può non fare memoria dell’azione di movimenti di protesta costituiti da cittadini, consumatori, lavoratori, enti di Terzo Settore ecc.: la storia insegna che i cambiamenti radicali sempre vengono preceduti dall’azione di movimenti sociali che concorrono a mutare i rapporti di forza nella società.
È questa una verità di cui dà puntualmente conto il «Barometro della fiducia» dell’americana Edelman Intelligence: cittadini e lavoratori, soprattutto se millenials, chiedono che le imprese non possano sentirsi esonerate dal praticale rinnovazione sociale, pena reazioni del tipo «voto col portafoglio», azionariato responsabile e altro ancora. Non sono mancati commentatori che affetti da misoneismo (l’atteggiamento tipico di chi odia l’innovazione) hanno espresso perplessità e critiche: la dichiarazione – dicono – sarebbe un gesto di mera cosmesi aziendale del tipo greenwashing (lavare di verde l’immagine dell’azienda) oppure un’operazione di public relations per respingere le varie ondate di protesta.
Ma reazioni del genere – per quanto in buona fede – perdono di vista il punto importante della vicenda. Non si tratta, infatti, di esprimere un giudizio sulla autenticità o meno delle motivazioni intrinseche dei 181 Ceo -è sempre questo il vizio che attanaglia chi pervicacemente coltiva la cultura del sospetto- quanto piuttosto di riconoscere che quella dichiarazione di principio sia stata firmata. Se dichiaro di fare mio un certo principio etico e poi lo tradisco nei fatti, vorrà dire che sono un opportunista, ma il mio comportamento non inficia affatto la verità e la cogenza di quel principio.
Quel che ora sarebbe urgente che le varie Autorità – politiche e amministrative; nazionali e internazionali – facessero è di cogliere la palla al balzo, prendendo iniziative concrete volte a tradurre in pratica almeno i punti più urgenti indicati nel documento. Sui governi, infatti, ricade la responsabilità di predispone l’infrastrutturazione giuridica e gli strumenti operativi per far sì che il capitalismo inclusivo dia finalmente vita alla multi-stakeholder governance. L’evidenza empirica mostra che laddove applicato – purtroppo ancora in scarsa misura – questo modello organizzativo migliora significativamente la performance economica dell’impresa, accrescendone la competitività e il posizionamento strategico nel mercato, contrariamente a quanto non disinteressati maestri continuano a pensare.
Termino ricordando come la nozione di share value (valore condiviso) di cui parlano oggi i cultori dello humanistic management è una nozione squisitamente italiana, legata alla nostra tradizione aziendalistica, a sua volta tributaria della linea di pensiero dell’economia civile che affonda le sue radici nell’Umanesimo del XV secolo (si pensi al modello dell’impresa olivettiana e all’esperienza, celebre nel mondo, dei nostri distretti industriali). E questa è una rassicurante Buona Notizia che apre alla speranza.
di Stefano Zamagni
(da BuoneNotizie – L’impresa del bene – Corriere della Sera del 17 settembre 2019)