Intervista di Giovanni Minoli
Carlo Pontecorvo, 67 anni, sposato con tre figli. Da medico chirurgo a imprenditore. Oggi è mister Ferrarelle.
Quale è il vostro valore aggiunto rispetto all’acqua liscia e gassata?
«Consiste nell’aver valorizzato una risorsa, che è l’acqua Ferrarelle, e avere unito alla valorizzazione di questa risorsa a una serie di attività che hanno dato valore al territorio».
Come si coniuga la sostenibilità con il fatto che ancora oggi l’8o% dell’acqua è imbottigliata nella plastica?
«La plastica che usiamo è il Pet, polietilene tereftalato, che è l’unica plastica riciclabile al 100% e all’infinito».
E quante ne riciclate?
«25.000 tonnellate all’anno».
Esattamente cosa fate?
«Compriamo alle aste del Corepla, il Consorzio nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero degli imballaggi di plastica, le balle di Pet riciclato. Le processiamo e le trasformiamo in nuove bottiglie. Quindi è un concetto di economia circolare».
Sviluppo sostenibile per le aziende in genere vuol dire convegni, documenti, ecc. Voi invece, dal 2015 se non sbaglio, avete realizzato per primi un vero e proprio bilancio di sostenibilità. Cosa vuol dire?
«Per noi sostenibilità non significa partecipare ai convegni. Significa una serie di attività con le quali dimostriamo di essere, dal punto di vista aziendale, un’azienda assolutamente attenta alla sostenibilità ambientale».
Ma il bilancio di sostenibilità com’è fatto?
«All’interno del bilancio di sostenibilità valorizziamo tutta una serie di attività che svolgiamo. Si tratta di un valore che creiamo per gli stakeholder pari a circa 180 milioni di euro».
Mi dice tre cose concrete che avete fatto per garantire lo sviluppo sostenibile? Una me l’ha detta, ed è il riciclaggio. E poi?
«Innovation: ovvero investimenti. Siamo certamente un’azienda che investe moltissimo in tecnologia. E poi education: creiamo la cultura del riciclo e quindi della sostenibilità ambientale».
Voi imbottigliate acqua pubblica grazie ad un regime di concessione. Dopo il crollo del ponte Morandi si è imposta orai riflessione sulle concessioni. Il fatturato di tutto il settore delle acque minerali è di 2,8 miliardi, mi sembra. Per la concessione pagate lo 0,64%, cioè 18 milioni. Non è troppo poco?
«I numeri non sono esattamente questi, perché dai 2,8 miliardi deve togliere un miliardo per le bevande che non pagano concessioni».
D’accordo. Diciamo che si paga molto poco la concessione.
« Ma è quello che ha stabilito il governo».
Certo, ma sono concessioni di cui, In generale, non parlo delle vostre, non se ne sa sempre molto. Secondo lei esiste un problema delle concessioni?
«Credo che un problema ci sia stato ma mi sembra che si sia trovata la strada per risolverlo».
C’è un problema di trasparenza?
«No, non c’è un problema di trasparenza. Oggi le concessioni vengono messe in gara secondo la normativa europea. La regione Campania è stata tra le più virtuose e Ferrarelle, da meno di un anno, ha rinnovato la sua concessione partecipando ad un asta pubblica».
Per quanto tempo?
«Dieci anni».
Fuori dall’Italia dove si beve di più Ferrarelle?
«In Europa, in Francia perché Ferrarelle era di Danone. Poi in Israele e a Malta».
Perché più in alcuni Paesi che altri?
«In Israele perché è un Paese sul quale investiamo moltissimo, abbiamo un partner strategico. Malta perché è contigua all’Italia. La Francia perché Ferrarelle era di Danone, società francese».
Ma oggi cos’è il made in Italy nel vostro settore?
«Ciò che è in tutti gli altri settori: storia, marchi, professionalità, managerialità, mercato».
(da L’Economia-Corriere della Sera del 25 marzo 2019)
