Secondo me

 

Sono stato invitato a un incontro con imprenditori della PMI. Anzi, per essere sinceri, solo della Piccola Impresa ma meglio ancora dire della “Piccolissima” Impresa. L’argomento era “Avvicinarsi alla Sostenibilità non è solo cosa che riguarda la Grande Impresa” e l’obiettivo quello di convincere tutti gli operatori che è oggi, non domani, il momento per riflettere sull’opportunità di essere attenti alla Responsabilità Sociale.

Il primo oratore, un professore, ha esordito con un interessante excursus storico ripercorrendo i vari passi che, nel mondo, sono stati fatti in vari Paesi. Ha enunciato come spinte di tipo etico, sociale, atteggiamenti morali, comportamenti responsabili dovessero accendere il “sacro fuoco”. E poi ha aggiunto che oggi anche le leggi invitano a indirizzarsi tutti verso un mondo più sostenibile. Ha focalizzato l’attenzione ricordando che anche in Italia è entrata in vigore una legge che impone alle aziende grosse di redigere un bilancio integrato, vale a dire non solo che presenti gli aspetti finanziari ma anche quelli che illustrano gli ambiti sociali in cui l’azienda si è impegnata. E ha sottolineato anche che pesanti sanzioni sono previste a chi non si adegua o presenta bilanci incompleti o poco veritieri. Tutte cose buone e giuste che mi sarei aspettato trovassero comprensione e approvazione nel pubblico presente.

Che però mi appariva poco convinto e soprattutto non partecipe. L’oratore si è anche impegnato nell’illustrazione dei 17 gol (devo dire che solo quando ha detto «e adesso esaminiamo i gol più significativi» c’è stato un segnale di risveglio nei presenti, che probabilmente avevano pensato che si sarebbe parlato di sport e non degli obiettivi individuati dalla Nato come sostenibili): 1. sconfiggere la povertà, 2. porre fine alla fame nel mondo, 3. garantire una vita sana,…

Il commento sussurrato dal mio vicino è stato illuminante: «lo non sono una grande azienda, non ho fatturati delle dimensioni dette prima, non mi sento in grado di risolvere nessuno dei 17 punti citati (e poi perché proprio 17? Non potevano scegliere un 16 o un 18 che “suonano” meno sfigati del 17?). Sconfiggere la povertà, porre fine alla fame nel mondo, garantire una vita sana… Non sono mica Mandrake!».

La riunione non si stava mettendo bene. Quasi nessuno appariva convinto dai grandi (e nobili) temi enunciati, quando fu il momento di un secondo oratore.

Questi era “uno di loro” e veniva a portare la propria esperienza di piccolo imprenditore già sulla strada della sostenibilità.

E l’incipit, secondo me, è stato indovinato. «Molti colleghi mi chiedono “perché?» ed io rispondo sempre “Perché mi conviene”.

A queste parole ci fu un mormorio di interesse. In effetti a un imprenditore di cosa puoi parlare per ottenere la sua attenzione? La parola “conviene” è come un lampo che illumina e spinge a rizzare le orecchie. Che non è cosa da poco ma che non può fermarsi lì. Bisogna argomentare per convincere.

E lui non ha deluso. Proverò a riassumere.

Ripensare al proprio cammino, per un’impresa serve: serve per migliorarsi, serve per precisare il contesto in cui si opera. Ma è anche utile per verificare le relazioni esistenti con tutti coloro con cui abbiamo a che fare (che quelli che parlano bene chiamano stakeholder) e identificare nuovi processi relazionali. Infine serve per guardare alla propria realtà produttiva. Una sorta di analisi interna approfondita per conoscersi meglio e intervenire là dove è necessario, indispensabile o consigliabile.

E quindi si tratta di non pensare di farsi carico dei grandi problemi del mondo ma di guardare a se stessi prima che al mondo. Un piccolo tassello forse, ma tante tessere fanno il grande disegno del puzzle.

E poi vi devo confessare – ha proseguito – che mi sono accorto che parecchie cose (o almeno alcune) di quelle individuate dai famosi gol di prima, io, nella mia azienda, le facevo già. Ad esempio ho sempre cercato di avere un buon rapporto con i miei collaboratori. Sapevo dispensare la giusta pacca sulla spalla al momento giusto e cercare di scoprire quale benefit li avrebbe fatti contenti. E adesso, guarda un po’, pensare ai benefit è anche vantaggioso fiscalmente.

Ma prima di questo avevo capito che lavorare con un gruppo soddisfatto di ciò che lo circonda è molto più produttivo di altre situazioni. Che riuscire a trattenere con me chi avevo fatto crescere in tanti anni e reso un bravo collaboratore era meglio che massacrarmi con personaggi nuovi da ricostruire ogni volta.

Una maggiore fedeltà era sicuramente un mezzo efficace per non dover affrontare sempre costi nuovi.

E della salute e sicurezza dei lavoratori vogliamo parlarne? Non credo che nessuno di voi voglia rinunciare alla possibilità di dormire tranquillo la notte perché sa di aver fatto tutto il necessario per far sì che in azienda si possa lavorare senza correre rischi.

Poi l’efficienza energetica non è una via per risparmiare e magari migliorare il processo produttivo? E l’attenzione al riciclo non necessariamente vuol dire buttare all’aria tutta la catena di produzione.

Di esempi potrei farne in tutti i settori.

Vorrei però anche farvi osservare che vantaggi, forse non così immediatamente quantizzabili, si ottengono migliorando l’immagine dell’azienda, accrescendo la reputazione, posizionando su un livello più alto la percezione che all’esterno può circondare il nostro operare.

E a tutto questo non possono rimanere insensibili coloro con i quali abbiamo rapporti, gli stakeholder di cui si diceva.

Per inciso vorrei ricordare a chi di voi lavora per enti pubblici che nelle gare di appalto la reputazione ha un suo peso non trascurabile.

Insomma, essere responsabili è per un’impresa “solo” un dovere morale o rappresenta anche un fattore di competitività? Conviene essere responsabili?

Certo che conviene. Dall’interesse opportunistico di trarre dei vantaggi (che non è certamente condannabile) è poi più facile arrivare a dei convincimenti che molto si avvicinano a scelte etiche. Ma per cominciare, se qualcuno mi chiede «perché dovrei fare cose sostenibili?», la mia risposta è sempre «perché ti conviene».

I presenti avevano un’espressione non dico convinta ma certo almeno dubbiosa. Sono certo che tornando a casa ci hanno riflettuto a lungo.

 

di Ugo Canonici

(foto: radiof2.unina.it)

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