Da qualche parte nel mondo, per essere più precisi nell’Oceano Pacifico al largo della California, si dice esista un’isola di plastica grande come tre volte l’Italia.

Tre volte l’Italia! Questo significa che, considerando che per an­dare da Torino a Palermo in aereo ci si mettono 4 ore, se la si volesse sorvolare con un aereo di linea – non con un jet superso­nico – ci si impiegherebbero più o meno 12 ore.

Un’isola grandissima, in mezzo all’oceano, tutta composta di plastica, della plastica che il mondo produce e poi getta, dopo averla utilizzata frettolosamente e non avvedutamente riciclata.

Peccato sia così lontana da noi, quest’isola. Per arrivarci bisogna uscire dal Mediterraneo, attraversare tutto l’Oceano Atlantico, poi la lingua dell’America Centrale, poi risalire l’Oceano Pacifico per migliaia di chilometri.

Se fosse più vicina, l’impatto sulla nostra opinione pubblica avrebbe ben altro effetto. Pensiamo al mare Adriatico comple­tamente pieno di plastica, con la possibilità di andare da Ancona a Dubrovnic facendo una lunga passeggiata sopra i piatti e bic­chieri da pic-nic, i flaconi formato gigante di ammorbidente o i tubetti di dentifricio.

Quasi verrebbe da pensare, scherzandoci su un po’, che se tutta quella plastica la mettessimo tra la Calabria e la Sicilia, potremmo forse risparmiarci la costruzione del famigerato ponte sullo stret­to. Sai quanti soldi risparmiati. Oppure che si potrebbe andare al mare in Sardegna senza dover per forza prendere il traghetto, sai che comodità.

Ma non c’è da scherzare, purtroppo.

L’isola di plastica è lì, come tutti raccontano, in mezzo al Paci­fico, anche se nessuno la può vedere, dall’alto, perché, aggiun­gono i più informati, è composta da piccoli frammenti che non sono in grado di donare una consistenza a questo agglomerato micidiale, capace di uccidere milioni e milioni di pesci, molluschi, piante acquatiche e organismi di vario genere e natura che vivo­no a ogni profondità.

Peccato anche per questo, maledizione. Sai che effetto, sulla gente comune, se si potesse pubblicare una foto, magari da un satellite, capace di mostrare fisicamente la dimensione di quest’i­sola, simbolo della pericolosità della direzione verso cui stiamo andando.

“Occhio non vede, cuore non duole”, dice un antico detto.

Ed è proprio così, non c’è niente da fare. Nessuno è disposto a rinunciare a qualcosa, se non capisce che quel qualcosa gli può essere davvero dannoso. Una legge spietata che vale tra le per­sone, ma ancor più tra le Nazioni. Se la produzione incontrollata di plastica mi consente di dominare i mercati internazionali, per quale motivo dovrei rinunciarvi, che cosa me ne verrebbe in ta­sca?

Il guadagno. Qui sta il punto. Il guadagno deriva dal consumo. Il consumo lo decidono i consumatori. I consumatori quindi de­terminano il guadagno.

Non i governi, non le grandi aziende, non le multinazionali. La scelta spetta sempre e solo alle singole persone, sono loro che decidono la fortuna o la sfortuna di un prodotto piuttosto che di un altro.

Convogliare i nostri consumi verso le aziende che dimostrano sensibilità verso il problema legato alla sovrapproduzione di pla­stica, ecco l’unica arma che noi normali cittadini abbiamo.

Sembra una piccola arma e invece non lo è perché – per citare un’ingiustamente poco nota canzone di Francesco De Gregori, intitolata “Capatàz” – quando tante persone che non contano cominciano a contarsi, cominciano anche a contare…

Lupo Solitario

(da CSRoggi Magazine, anno 4, n.2, Maggio 2019, pag. 31)


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