Il punto del Direttore

Riprendo dal “Il Punto” di Daniele Manca su “Economia del futuro” – Supplemento al Corriere della Sera.

“In molti sentendo la parola sostenibilità iniziano a storcere il naso. ‘ E’ diventata una buzz word’ si sente dire. Una parola ombrello, che significa tanto, troppo e quindi quasi nulla. La verità è che la sostenibilità economica per un’azienda, come per una famiglia, è diventata una condizione ineludibile. E anche la sostenibilità sociale e di governance è per una impresa condizione irrinunciabile. Ma su quella ambientale? Ancora troppa incertezza. Eppure, la bussola della finanza ci dice che ormai i tre tipi di sostenibilità, raggruppati nell’acronimo ESG, sono inscindibili.”

Lo sguardo a COP26, alla fatica dei governanti di raggiungere risultati concreti anche al minimo comun denominatore è davanti ai nostri occhi.
Non mi reputo tra quelli che pensano che il Carbone sia un prodotto del demonio.
Così non penso che la Cina, La Russia e l’India siano nazioni maledette.
Anche a loro si pone il detto latino “primum vivere, deinde filosofare”

Sono grandi nazioni con immensi territori e miliardi di abitanti: come è possibile una trasformazione in soli 30 anni da una economia basata sulla energia del carbone in un’altra basata su forme di energie rinnovabili e pulite? L’occidente nel corso di 100 anni ha marciato veloce nella modernizzazione devastando territori e popolazioni, con rapidità eccezionale e sconcertante. Noi ne vediamo gli effetti. Anche nel nostro territorio. Abbiamo camminato veloce, ma abbiamo lasciato drammi, cadaveri e tanta ingiustizia lungo la strada.

I tre paesi che non ce la fanno hanno un compito disperato: ricostruire innovando cercando di passare a forme di energia pulita utilizzabile nella vita del loro paese.

L’occidente può fare molto meglio!
COP26 a due velocità.
E’ il realismo che impone questa soluzione.
Che la battaglia sia dura lo dimostra proprio Manca, quando afferma che da noi la sostenibilità è una parola vuota.

Non basta uno spot TV di una azienda che si conclude o cita la parola “sostenibile”.
La pubblicità fa anche un cattivo mestiere inserendo parole vuote senza preoccuparsi delle esperienze che spiegano cosa significa essere sostenibili.
Ci dovrebbe essere l’accortezza di chiedere al cliente se ha comunicato al proprio target group, agli stakeholder, le proprie esperienze di cambiamento e di transizione sociale ed ambientale e se ne ha fatto un progetto di comunicazione.

Ci si concede un Bilancio Sociale, una DNF, che si posta sul sito.
Con una pretesa: “chi ne vuol sapere legga!”.
Non è abbastanza una informazione circolare per introdurre la parola Sostenibilità rendendola non aleatoria, ma credibile.
Il racconto della sostenibilità inizia a scuola, attraverso un approfondimento che superi la banale “buona educazione civile”, ma entri in programmi d’insegnamento come storia, geografia, economia,

Occorrono libri di testo nuovi e molto esplicativi. Ad esempio sulla storia dei territori.
Al liceo ci si può spingere più in là: impegnando materie come fisica, scienze, e letteratura per approfondire il cammino della civiltà e le necessarie evoluzioni.
Sono suggestivi programmi come “Mela Verde” ma sono autoreferenziali.

Ad esempio non si sentono mai i sindacati chiedere alla azienda trasformazioni in senso sostenibile, per trasformazioni anche ecologiche. La partecipazione dei lavoratori al cambiamento è decisiva, ma va compreso totalmente e chi vi lavora deve poter avere vantaggio, anche economico, partecipando al processo di rinnovamento.
La conoscenza della sostenibilità si fa con racconti ed esperienze condivise, attraverso l’inclusione partecipata di coloro che possono dare impulso alla iniziativa e alle informazioni puntuali che vanno date al mercato, e ai cittadini.

Una piccola osservazione: ci sono parole che col tempo perdono senso: ad esempio la stessa parola amore trova mille spunti per essere compresa e interpretata. Chi sa cosa significa? Chi si prende la briga di trovarne un significato comprensibile per tutti? Basta la propria idea sul senso dell’amore? Basta essere d’accordo con qualcuno? E’ una vicenda privata? Tutti la pensano allo stesso modo? Chi ne sa di più sull’amore? Il proprio parere sul senso dell’amore è sempre accettabile? Domande buone anche per tante parole di uso comune.

E’ un esempio ma è il destino delle parole importanti. O perdono senso sempre di più o ciascuno ne dà una propria interpretazione, buona per tutti.
Sembra che la ricerca di senso nel vivere sia una pratica sopita.
Le interpretazioni personali vanno alla grande. Istintività e superficialità al potere.

E’ il dramma del vuoto a crescere… anche del significato di Sostenibilità.

Bruno Calchera
Direttore Responsabile


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