Si è accesa la discussione attorno al nucleare, scaturita soprattutto per la bozza da poco pubblicata dell’Atto Delegato Complementare sulla Tassonomia Europea. Tema delicato riguarderebbe l’utilizzo di gas naturale e dell’energia nucleare quali fonti sostenibili in un periodo a breve termine. L’Atto sta facendo molto discutere e dividere per diversi motivi tecnici: costi, tempi e benefici che procurerebbero in una fase di transizione energetica, e le cui tempistiche e obiettivi sono già state delineate nel raggiungere “emissioni nette zero” intorno al 2050.

La discussione è giunta anche in Italia, dove sono in atto le riforme e investimenti del PNRR, non indirizzati al nucleare, ma ad altre fonti di energia, quali per esempio l’idrogeno, e nello specifico l’idrogeno verdequest’ultimo, come ha ribadito il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani, considerato un vettore ideale.

Da una parte ci sono scienziati che dichiarano come il nucleare non possa rappresentare uno strumento utile, se richiede decenni per essere sviluppato: il problema delle scorie, i costi altissimi, l’illusione della sicurezza, e soprattutto di fronte a un’emergenza climatica che chiede di dimezzare le emissioni di Co2 entro dieci anni.

Dall’altra parte c’è chi come Carlo Rubbia, premio Nobel per la fisica nel 1984, che, seppur in passato ha rilevato per il nucleare “il problema di gestire una radioattività considerevole, specialmente per molti piccoli reattori”, non è del tutto scettico nel considerarla una fonte di energia possibile, avendo anche sostenuto il metodo alternativo del progetto di Newcleo, azienda innovativa fondata pochi mesi fa a Londra, con una base a Torino e capitanata da Stefano Buono, anche lui membro del CERN assieme a Carlo Rubbia, e fondatore dell’azienda biotech AAA (Advanced Accelerator Applications), che sviluppa e produce  prodotti per la medicina nucleare, quotata al Nasdaq nel 2015. Negli ultimi anni Stefano Buono è anche chairman di LIFTT, società operativa di investimenti che promuove un modello etico di impresa ispirato all’ESG e che a dicembre 2021 ha completato 21 investimenti in startup innovative, da una pipeline di oltre mille, operanti su tutti i settori di mercato.

Abbiamo voluto porre alcune domande proprio a lui, Stefano Buono, non solo perché impegnato nel nucleare e nell’ecosistema innovativo e startup, ma anche per la sua visione più internazionale delle tematiche inerenti a queste due realtà.

Il problema del nucleare in questa fase storica italiana riguarda solo la sicurezza, le scorie e i tempi di realizzazione, oppure anche gli investimenti, un piano politico di finanziamenti, magari supportato da un ecosistema innovativo dove scarseggiano startup, centri di ricerca o innovation hub che possano fornire un maggiore contributo e supporto?

Sicuramente in Italia il know-how e le startup non mancano, perché noi nel mondo siamo stati i promotori del nucleare da Enrico Fermi in poi, e rimane un know-how solido, forse in mano a un personale più anziano, ma d’altra parte vedo che dalle università italiane continuano ad arrivare ragazzi ben formati in queste materie. Però il nucleare non consiste solo nel nocciolo, ma in un sistema complesso di produrre energia: ci sono i materiali, le turbine, scambiatori di calore. Ha bisogno di un know-how in campo ingegneristico e in Italia c’è, è forte, anche a livello industriale. Lo dimostra il fatto che le aziende italiane oggi forniscono i progetti di ricerca e sviluppo come iter che fanno parte di progetti di fusione, e che tecnologicamente sono delle sfide cento volte più complicate e più difficili che fare una macchina di quarta generazione a fissione nucleare. Oggi il vantaggio della fissione è che noi la conosciamo da settant’anni, ma purtroppo negli ultimi trentacinque non c’è stato un vero sviluppo del nucleare, perché dall’incidente di Cernobil è nata una paura diffusa che ha portato essenzialmente un blocco di questa tecnologia: non si è più innovato. Allora come si innova? Sui disegni, concettualmente in simulazioni, codici validati ed esperimenti a supporto. Oggi sulla carta esiste la possibilità di sviluppare un nuovo nucleare. Allora perché dicono che ci vogliono dieci anni? Perché è un tempo normale anche per fare una macchina semplice ma che non deve fallire, per essere assolutamente sicura. Se oggi volessimo sviluppare un nuovo aereo con tecnologie moderne, non basterebbero solo tre anni: bisognerebbe qualificarlo, testarlo. Allo stesso tempo con il nostro design innovativo in sette anni potremmo avere un prototipo funzionante e industriale, il precursore di una filiera. Non è pochissimo, ma nella scala dei problemi da risolvere nell’energia è quasi un battito di farfalla, perché non dobbiamo fare qualcosa entro il 2050, ma qualcosa per i prossimi secoli. Ed è quasi assurdo pensare che un tipo di tecnologia così avanzata non si faccia prima o poi, e solo per le paure di un incidente del 1987 e per le paure infondate di un incidente del 2011 – infondate perché quest’ultimo, quello di Fukushima, non ha creato dei morti: da una parte c’era un sistema di produzione di energia che aveva sessant’anni e che stava per chiudersi entro sei mesi in quanto vecchio e dall’altra un incidente di calamità naturale enorme che ha causato 200 mila morti. Dal punto di vista di un incidente nucleare non ha causato né morti né conseguenza radiobiologica al Pianeta. Quindi di fatto è un incidente che ha dimostrato che il nucleare già adesso è una tecnologia sicura ma con un pochino di ricerca, applicando tutto quello che si è imparato negli ultimi settant’anni, può diventare una tecnologia totalmente sicura e sostenibile. È chiaro che ci sono le scorie, ma anche qui la ricerca permetterebbe di annullare il problema, perché il problema delle scorie è molto relativo e di nuovo dobbiamo guardare indietro negli ultimi cinquant’anni: se io come persona in tutta la mia vita posso racchiudere tutta la mia produzione di energia in una pallina da ping pong oppure decidere di bruciare 280 tonnellate di carbone, probabilmente sarà più facile contenere l’impatto verso l’ambiente in una pallina da ping pong, piuttosto che dopo aver bruciato 280 tonnellate di carbone. Quindi di fatto dovremmo valorizzare l’opportunità che l’energia nucleare ci offre di avere una produzione molto concentrata, e di eliminare quello che di pericoloso c’è in quella pallina. Tutto questo si può fare con approcci tecnologici differenti. Quindi a lungo termine per me il problema del nucleare non esiste, perché una continua innovazione ci può portare a gestire questa fonte di energia in modo totalmente sicuro e più sostenibile di altre forme di energia.

Da una parte abbiamo il PNRR e la tassonomia europea che non prevedono il nucleare, ma, dall’altra, realtà come la sua (Newcleo): invece di creare startup su fonti alternative come l’idrogeno verde, fonda un’azienda che si occupa di Accelerator driven system (Ads), metodo alternativo che si basa sulla combinazione di un reattore subcritico, con un acceleratore di particelle e l’utilizzo del torio come carburante naturale per ridurre rifiuti radioattivi e la possibilità di incidenti. Sembrerebbe che tutte queste fonti alternative non possano sostituire il petrolio, carbone e gas, ma garantire nel frattempo una diminuzione di Co2 e preparare la strada a una energia che potrebbe in futuro sostituire del tutto i combustibili fossili. Si sta quindi preparando il terreno per il nucleare nei prossimi 20 anni? (…)

di Giacomo Mele

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