L’assemblea degli Aderenti di lunedì 12 aprile ha rappresentato per l’ASviS un giro di boa con due eventi significativi. Il primo è dato dal fatto che, a seguito del passaggio di Enrico Giovannini al governo, il presidente dell’Alleanza, Pierluigi Stefanini, ha assunto anche l’incarico di portavoce, nell’ambito di una riorganizzazione interna mirata a potenziare le attività della nostra organizzazione. Il secondo è l’approvazione di un documento strategico per i prossimi cinque anni. L’assemblea straordinaria di aprile è stata concepita come un momento di celebrazione, per gli sviluppi dell’Alleanza nei cinque anni trascorsi dalla fondazione nel febbraio 2016. Un volume liberamente scaricabile e un video raccontano “come eravamo” e quello che siamo diventati, con una ricchezza di attività che è andata ben oltre le nostre aspettative. Il volume è stato anche presentato al presidente della Repubblica Sergio Mattarella da una delegazione dell’ASviS in una udienza che si è svolta il 13 aprile. Al tempo stesso, l’assemblea ha voluto essere un momento di riflessione perché ovviamente non si può vivere sugli allori. Le sfide della sostenibilità sono diventate ancora più difficili e anche il fatto di avere come interlocutore un governo, una Commissione europea e anche un contesto multilaterale più attento ai valori dell’Agenda 2030 nulla toglie al nostro impegno di critica e di proposta.

Il documento strategico enuncia una serie di “obiettivi specifici”, che in gran parte confermano quelli decisi cinque anni fa, con alcuni aggiornamenti:

a) sensibilizzare gli operatori pubblici e privati, la pubblica opinione, i media e i singoli cittadini sull’Agenda per lo sviluppo sostenibile, favorendo anche una conoscenza diffusa delle tendenze in atto rispetto agli SDGs e di quelle attese per il futuro attraverso l’impiego di tutti i mezzi di comunicazione e informazione;
b) proporre politiche volte al raggiungimento degli SDGs (anche andando oltre l’orizzonte del 2030) ed esprimere opinioni riguardo a possibili interventi legislativi e al livello di attuazione delle policy già esistenti, con particolare riferimento al superamento dei divari esistenti tra le diverse regioni e aree del nostro Paese e delle disuguaglianze tra i diversi gruppi socio-economici;
c) promuovere e contribuire a realizzare un programma di educazione permanente (lifelong learning) allo sviluppo sostenibile, con particolare attenzione alle giovani generazioni, agli operatori dell’informazione e ai decision maker;
d) stimolare e accompagnare la trasformazione delle imprese, delle istituzioni pubbliche e delle organizzazioni della società civile (a partire dagli aderenti) nella direzione dello sviluppo sostenibile, promuovendola ricerca e l’innovazione per lo sviluppo sostenibile e la loro sperimentazione su scala locale e nazionale, nonché l’adozione di buone pratiche gestionali;
e) sviluppare adeguati strumenti di monitoraggio per il conseguimento degli SDGs in Italia, con riferimento anche a gruppi di stakeholder specifici (imprese) e a contesti territoriali locali (comunità e città), valorizzando al massimo i sistemi esistenti;
f) sviluppare strumenti analitici utili per valutare l’impatto delle politiche economiche, sociali e ambientali a livello nazionale e territoriale, e ridurre al massimo i costi della transizione alla sostenibilità, individuando i trade-off esistenti tra diverse politiche e proponendo interventi per renderli più favorevoli.

Nel documento si sottolinea anche che nello svolgere questo ruolo l’Alleanza porrà particolare attenzione:

  • al dialogo con le organizzazioni giovanili che operano nel nostro Paese, molte delle quali hanno già dimostrato un forte interesse per l’Agenda 2030 e per l’ASviS. Si tratta di una scelta già avviata nel corso del 2020, ma da rendere più efficace e concreta nel prossimo biennio, anche in vista degli appuntamenti internazionali che vedono l’Italia coinvolta direttamente in una posizione di leadership;
  • alla sua presenza sul territorio, costruendo e potenziando la rete di rapporti istituzionali già creata, ma anche favorendo la nascita e l’operatività di soggetti regionali (ma potenzialmente anche a livello locale) strettamente legati ad ASviS;
  • a potenziare le interazioni tra i gruppi di lavoro che si occupano dei diversi SDGs, al fine di affrontare le diverse tematiche in modo sempre più sistemico, identificando trade-off e sinergie tra di esse, sviluppando analisi e proposte condivise.

Il traguardo di questo nuovo impegno è al 2026, un anno significativo per diverse ragioni. Quando quell’anno comincerà, si sarà consumata la prima metà della Decade of Action, il “decennio di azione proclamato dal segretario generale dell’Onu António Guterres per intensificare gli sforzi verso il raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo sostenibile. Si capirà se l’Agenda 2030 potrà davvero realizzarsi, almeno nei suoi Target più significativi, e si comincerà la riflessione verso nuovi obiettivi protesi verso la metà del secolo. Sperabilmente il mondo sarà uscito dalla pandemia da Covid-19 e avrà anche superato le conseguenze socioeconomiche di questa crisi, ma è molto probabile che si saranno resi ancora più evidenti altri gravi rischi, a cominciare da quelli connessi alla  crisi climatica con tutte le sue implicazioni drammatiche per molti Paesi compreso il nostro. L’Italia infatti rischia di essere esposta a un duplice impatto: da un lato la desertificazione che minaccia molte aree del Mediterraneo, compreso il nostro Sud; dall’altro la pressione dei “migranti climatici” provenienti dall’Africa, per i quali l’Italia costituisce il punto di arrivo europeo più vicino.

Riponiamo grandi speranze nella Cop 26 di Glasgow di novembre sul clima, anticipata anche dal summit mondiale voluto da Joe Biden per il 22 aprile, in occasione della Giornata della Terra, ma le cose non stanno andando bene, come testimonia un recente articolo di Alberto Clò, uno dei più autorevoli esperti di energia in Italia (è stato anche ministro dell’Industria del governo Dini), pubblicato sulla rivista Energia da lui diretta.

Un recente rapporto dell’International Renewable Energy Agency (Irena) afferma che il “gap tra dove siamo e dove dovremmo essere non si sta riducendo ma aumentando. Stiamo andando nella direzione sbagliata” (World Energy Transitions Outlook: 1.5°C Pathway). Le emissioni sono cresciute anziché ridursi, con l’obiettivo indicato dall’Ipcc di un calo del 45% tra 2010 e 2030. (…)

Da qui, la conclusione di Fatih Birol, direttore esecutivo dell’Agenzia di Parigi: “l’effetto di ritorno nelle emissioni globali verso la fine dello scorso anno è forte ammonimento che non viene fatto abbastanza per accelerare la transizione verde a livello mondiale. Se i governi non si muoveranno rapidamente con adeguate politiche energetiche, verrà messa a rischio l’opportunità storica di rendere il 2019 l’anno del picco definitivo delle emissioni globali”. (…)

Inefficacia e insufficienza delle politiche, lento procedere delle innovazioni tecnologiche che potrebbero abbattere le emissioni; impossibilità a contenerle nei Paesi in via di sviluppo; nocivi effetti della crisi economica; scarso seguito delle grandi corporation agli impegni assunti; lunghi tempi necessari a modificare la path dependence energetica: sono altrettante ragioni che spiegano il gap tra “dove siamo e dove dovremmo essere”.

La conclusione di Clò è che non ci stiamo muovendo sulla strada dell’aumento di 1,5 gradi centigradi, come auspicato dall’Accordo di Parigi del 2015, e neppure dei due gradi, ma che proseguendo su questa strada si arriverà a un nefasto aumento di tre gradi a fine secolo.

Questo avviene anche perché ci accontentiamo di narrazioni che non rispecchiano la realtà. Lo denuncia per esempio il sito Uncomfortable knowledge hub, nato proprio per demistificare i nostri luoghi comuni sulla transizione allo sviluppo sostenibile. Per esempio, possiamo e dobbiamo accelerare il passaggio alle energie rinnovabili, ma siamo ancora lontani dalla soluzione del problema dello stoccaggio della elettricità, considerando che solare ed eolico sono fonti intermittenti. Nel frattempo, non stiamo facendo abbastanza per contenere i nostri consumi, che è la prima soluzione al problema dell’aumento delle emissioni. E non stiamo neppure dedicando abbastanza attenzione, per tornare all’articolo di Clò, alla dimensione delle emissioni.

Questo è vero soprattutto se le esaminiamo in un’ottica globale e non dalla ristretta ottica dell’Europa: la più virtuosa, ma nondimeno sempre più marginale sulle emissioni globali (ormai intorno al 9%).

Insomma, se anche l’Europa arrivasse ad azzerare le sue emissioni, il contributo alla lotta alla crisi climatica rimarrà poco influente se non ci impegneremo anche nell’aiuto alla transizione dei Paesi in via di sviluppo, i più affamati di energia.

Il 2026 sarà anche l’anno entro il quale l’Italia dovrà completare le realizzazioni finanziate dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) che entro questo mese il governo italiano dovrà presentare alla Commissione europea. Come sarà messa l’Italia a quella data?

Secondo il Documento di economia e finanza, entro il 2022 l’Italia (se la pandemia non ci riserverà altre sorprese) dovrebbe recuperare quasi completamente la perdita di Prodotto interno lordo subita nel 2020, per procedere poi tra il 2,5 e il 2% negli anni successivi. Una previsione più articolata ci viene dal Centro studi economia reale di Mario Baldassarri: dopo questi primi due anni, nei quali maggiore sarà l’effetto dei fondi europei, la crescita tenderà a cifre attorno allo “zero virgola”, come nei decenni precedenti. Se però spenderemo bene i fondi europei del Recovery e del bilancio settennale e si attueranno le tre riforme che ci chiede l’Europa, e cioè la riforma fiscale, quella della pubblica amministrazione e quella della giustizia, la crescita del prodotto interno lordo potrebbe rimanere a livelli superiori al 2% annuo anche fino al 2026 e oltre.

Siamo sempre stati a favore di indicatori “oltre il Pil”, nella convinzione che il Prodotto interno lordo non basti ad esprimere la situazione di un Paese. Siamo però consapevoli che il rischio di scaricare sulle prossime generazioni un pesantissimo debito pubblico è molto alto e che la crescita è uno strumento necessario per attenuare questo onere. D’altra parte, le riforme sono tra le condizioni che ci sono imposte dall’Europa per erogare i fondi. Tuttavia, perché queste riforme abbiano davvero effetto sulla produttività del sistema Italia è necessario che non vengano depotenziate, sia nella fase di definizione, sia in quella di attuazione, a differenza di altri provvedimenti sbandierati in passato e finiti poi nel nulla.

Questo ragionamento ci porta a dire che l’Italia nei prossimi anni sarà un grande cantiere. Per la necessità di rilanciare l’imprenditoria privata dopo la crisi e per la necessità di utilizzare al meglio i fondi europei con importanti investimenti pubblici. Ma sarà anche un cantiere istituzionale perché il nostro sistema ha bisogno di riforme incisive, non solo nei tre settori già citati (fisco, pubblica amministrazione, giustizia), ma nella stessa architettura istituzionale, attraverso una necessaria ridefinizione dei rapporti tra Stato e Regioni.

C’entra tutto questo con lo sviluppo sostenibile? Certamente sì, perché le politiche di sostenibilità richiedono istituzioni efficienti. Ci attendono impegni importanti, nel Pnrr ed oltre, per transizione ecologica, digitalizzazione, istruzione, ma anche la definizione di un piano complessivo di sostenibilità: l’ultima Strategia nazionale di sviluppo sostenibile è stata presentata nel 2017, e da allora è cambiato il mondo. L’Italia è impegnata a presentare un nuovo documento all’High level political forum del luglio 2022, ma i lavori per definirlo sono appena agli inizi. Nel frattempo, l’operazione, attuata su richiesta anche dall’ASviS, di porre le azioni di realizzazione dell’Agenda 2030 sotto il coordinamento della presidenza del Consiglio attraverso una cabina di regia è sostanzialmente fallita perché la cabina “Benessere Italia” non ha prodotto i risultati sperati. È quindi necessario capire quale sarà la nuova strumentazione, al di là della scadenza urgente del Pnrr, per una politica integrata di sviluppo sostenibile, che l’ASviS continuerà a chiedere con forza nei prossimi cinque anni, come ha fatto nei precedenti.

di Donato Speroni

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