Da sempre si pensa che di sostenibilità e di responsabilità sociale se ne debbano occupare quasi in esclusiva le aziende, soprattutto quelle di grandi dimensioni.

È del tutto naturale che tutto nasca da lì. Il retro-pensiero che conduce a questa conclusione è molto semplice: sono le grandi aziende che producono i più grandi effetti negativi sull’ambiente; sono le gradi aziende che dispongono di grandi quantità di denaro e possono dunque investire in campagne all’insegna della sostenibilità; sono le grandi aziende che possono impiegare manager di livello per predisporre piani di intervento e sostegno alle persone che vivono in condizioni più disagiate; sono le grandi aziende che possono spingere un gran numero di persone, nella fattispecie i dipendenti, a svolgere attività di volontariato sul territorio.

In principio, bisogna dire, gli interventi erano davvero elementari – eseguiti soprattutto in ambito ambientale – e spesso si risolvevano nell’aiuola della rotonda tenuta bene, nei parchi ripuliti dalle immondizie, negli alberi piantati un po’ ovunque.

Bastava davvero poco, per sentirsi a posto con la coscienza, e forse non era nemmeno quella la molla che muoveva il tutto. Perché di coscienza ambientalista, sostenibile, green, sociale, finanziaria, non se ne parlava ancora, non almeno nel modo in cui viene fatto oggi. In quel tempo si formavano e cominciavano a operare i primi CSR manager, che cercavano di sensibilizzare, di coinvolgere, di responsabilizzare con

maggiore attenzione i colleghi delle loro aziende. Non sempre ci riuscivano. Spesso erano considerati rompiscatole, idealisti, gente da sopportare a fatica, poco pratica e legata più ai sogni che alla realtà.

Pian piano, però, la sensibilità verso il concetto di sostenibilità ha cominciato ad aumentare, così come la consapevolezza e il desiderio di partecipazione. Le istituzioni, soprattutto quelle europee e quelle legate all’ONU – per quest’ultimo l’intuizione dei 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile, un colpo di coda d’orgoglio giunto dopo anni di assopimento – hanno iniziato a mettere in agenda progetti e piani finalizzati alla salvaguardia di un pianeta terra avviato neanche troppo lentamente all’autodistruzione.

Anche i giovani, alcuni di loro, hanno cominciato a farsi sentire, a chiedere conto ai “grandi” – nel senso di “più vecchi” ma anche di “potenti” – per lo scempio ambientale fin qui compiuto, esigendo da loro una vera presa di coscienza con conseguente cambio di rotta delle politiche di sfruttamento del pianeta. E, contestualmente, le realtà del Terzo settore sono divenute sempre più organizzate e autorevoli, capaci di far sentire la loro presenza e la loro voce sul territorio, al fianco dei più deboli.

Una situazione cambiata radicalmente, in pochi anni. Oggi i CSR Manager hanno un ruolo ben definito, all’interno delle aziende. Sono rispettati e in alcuni casi temuti. A loro viene affidato il compito di rendere l’azienda il più sostenibile possibile, condizione ritenuta ormai necessaria per poter restare in un contesto di civiltà. E molti lo fanno con grande capacità, onestà e perizia.

E allora, perché nonostante tutto questo le idee legate alla sostenibilità faticano così tanto ad affermarsi? Quale passo ulteriore è richiesto perché queste idee possano divenire la rotta che noi tutti dobbiamo imparare a seguire?

Semplice: occorre che il concetto di sostenibilità esca dalle aziende e si diffonda nelle case, passi dalle menti dei CSR manager a quelle dei cittadini comuni, di tutti loro. Dobbiamo imparare a osservare i principi della sostenibilità durante la nostra vita di tutti i giorni, nelle azioni che svolgiamo quotidianamente nelle nostre case e nei luoghi che frequentiamo, non solo nelle aziende o nei luoghi di lavoro.

Poco conta, dal punto di vista nostro personale, se piantiamo un albero per attuare meccanicamente – anche se con supposto entusiasmo – un progetto pensato da altri. Non è sufficiente. Piantiamo da soli il nostro albero, senza che nessuno ci dica di farlo, seminiamo oggi per poter godere domani del frutto del nostro impegno. Lo dobbiamo a noi, alla nostra coscienza, ma soprattutto a tutti quei giovani che nel frattempo i grandi – intesi come “più vecchi”, ma anche e soprattutto come “potenti” – hanno quasi del tutto zittito, tacciandoli come disturbatori della pubblica quiete se non addirittura, nei peggiori dei casi, come pericolosi fuorilegge da spedire in gattabuia. 

di Lupa Solitario

( da CSRoggi Magazine – n.1 – Anno 9 – Gennaio/Febbraio 2024; pag. 49 )

 

 

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