A partire dal 2018 gli analisti e i rappresentanti di Fondi d’investimento hanno iniziato a parlare più chiaramente dei cambiamenti strutturali della società e dell’impatto sulla buona riuscita di taluni “deal” finanziari.

L’investimento, come un segugio, persegue gli elementi che possano contribuire a un guadagno certo e le componenti socio-ambientali e geopolitiche cominciano ad avere un peso paritario.

Quali sono stati i tre eventi di rottura?
I driver del futuro sviluppo economico sono rappresentati dall’interconnessione con aspetti demografici, sociali e tecnologici. I fenomeni connessi al cambiamento climatico dall’inizio del “fenomeno Greta” hanno iniziato ad arrivare non solo a una nicchia elitaria di esperti, ma anche ai giovani, la grande forza in grado di diffondere l’urgenza di azione con grande intensità e a voce alta.

E così il rischio climatico è diventato rischio di investimento, del quale la stampa racconta sempre più ai cittadini.

A dare un’ulteriore spinta a rendere più green i portafogli, non solo di chi investe sul mercato azionario ma delle banche, c’è l’Europa. Tralasciando l’ormai noto “Green Deal” e l’appello della Presidente della Commissione europea, Ursula Von Der Leyen, l’Autorità Bancaria Europea (Eba) ha chiuso la consultazione, a settembre 2019, sulle Linee Guida in materia di “origination and monitoring dei crediti” che, una volta in vigore, porteranno le banche a inserire i fattori Esg e i relativi rischi e opportunità nelle politiche interne sulla gestione dei rischi nonché nelle procedure di rischio di credito. Questo intervento “dall’alto” pone le banche in una doppia situazione positiva:

  • saranno presto obbligate a privilegiare un portafoglio di imprese affidatarie già verdi o quantomeno che presentino evidenti segni di una transizione climate-resilient e low-carbon già avviata, così da diminuire la propria rischiosità e i propri accantonamenti come richiesto dalla normativa sui requisiti patrimoniali
  • rappresenteranno una leva di cambiamento virtuoso per tutte le imprese che decideranno di rendere i propri processi più sostenibili per accedere al credito o addirittura creeranno accordi di finanziamento con le banche vincolati proprio al raggiungimento di obiettivi sociali e ambientali.

Da ultimo, Laurence Douglas Fink. Meglio noto come Larry Fink, Presidente di BlackRock, ha deciso di dare una scossa nella sua ultima tradizionale lettera sottolineando i principi base che chiunque abbia studiato un minimo la storia della Corporate Social Responsibility ha incontrato: «[…] Un’azienda non può ottenere profitti a lungo termine senza perseguire uno scopo e senza considerare le esigenze di tutta la vasta gamma di stakeholder».
Tanto che ha dichiarato la necessità per le imprese di fare maggiore disclosure sull’implementazione della sostenibilità nel business e il proprio impegno, entro la fine del 2020, di integrare i principi ESG in tutti i portafogli attivi e in tutte le strategie di advisory.

Uno sguardo all’Italia
Secondo i dati pubblicati da un’indagine dell’Associazione Bancaria Italiana (Abi) nel 2011, il quadro emerso sottolineava come solo il 57,1% avesse procedure integrate in quelle standard di valutazione del merito creditizio.
Questo accadeva quasi 10 anni fa. Non resta che stare a guardare il percorso che intraprenderà l’industria italiana per andare incontro alle nuove banche che rischiano solo se… green.

di Ylenia Esther Yashar

(da CSRoggi Magazine, anno 5, n.1, Febbraio/Marzo 2020, pag. 21)


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