Un team di ricercatori italiani supporterà le banche centrali nello sviluppo di nuovi modelli macroeconomici per valutare i rischi finanziari connessi al cambiamento climatico e definire il ruolo delle stesse banche centrali nella loro gestione. Il progetto, finanziato dall’International Network for Sustainable Financial Policy Insights, Research and Exchange (Inspire), coinvolge cinque unità di ricerca: il Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici, l’Istituto di Economia della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, Rff-Cmcc European Institute on Economics (Milano), Università Bocconi e Politecnico di Milano.

Ormai da qualche anno le grandi istituzioni bancarie si sono rese conto che il cambiamento climatico avrà delle ripercussioni anche sul sistema finanziario. «Essenzialmente, vengono riconosciute – spiega al Corriere Francesco Lamperti, 32 anni, a capo del progetto, ricercatore presso Scuola Superiore Sant’Anna e European Institute on Economics and the Environment- due grandi tipologie di rischio. Da una parte il rischio fisico, ad esempio le conseguenze dell’aumento delle temperature o dei disastri naturali sul sistema economico. Pensiamo alle attività commerciali distrutte da eventi naturali estremi o al calo di produttività dovuto alle ondate di calore. A questi si aggiungono i rischi di transizione, che dipendono dal tipo di lotta al clima che metteremo in campo da qui ai prossimi trent’anni».

Settori in pericolo

Sono i rischi che riguardano più direttamente i settori ad alta intensità di CO2, come le attività estrattive delle grandi compagnie petrolifere. «Società – prosegue Lamperti -che hanno centinaia di migliaia di impiegati, capitalizzazioni enormi, sono tipicamente considerate delle imprese solide, spesso hanno partecipazioni statali importanti, quindi sono anche strategiche per la finanza pubblica, però hanno nella parte delle attività del loro bilancio anche le riserve di combustibili fossili. Se applicheremo politiche climatiche ambiziose, ad esempio introducendo una tassa sulla CO2 o limiti più rigidi sulle emissioni, quelle riserve perderanno valore. Dal punto di vista finanziario, se queste attività legate ai combustibili fossili diventano rischiose, gli investitori istituzionali, come i grandi fondi pensione o le compagnie di assicurazione, possono subire perdite, incominciare a disinvestire in maniera disordinata e aumentare l’incertezza nel sistema».

La sfida è riuscire a fare una transizione rapida – per non superare +1,5/2° di riscaldamento globale, dobbiamo raggiungere le zero emissioni entro il 2050 – e al contempo evitare instabilità nel sistema finanziario, che poi avrebbero ripercussioni a livello macroeconomico. Ovvero, cambiare un sistema che si è autoregolato per decine e decine di anni, spostando un gran numero di lavoratori verso nuove attività produttive. «Noi lavoriamo su modelli che descrivono come funziona sia l’economia reale sia l’economia finanziaria, calibrati sull’Europa, e che tengono in considerazione da un lato ciò che possono fare i governi, ad esempio attraverso la politica fiscale tassando la CO2, e dall’altro cosa possono fare le banche centrali e i regolamentatori finanziari per assorbire i rischi che queste politiche possono creare – spiega Lamperti -. Uno degli esempi classici è quello della politica “macroprudenziale” che stabilisce i cosiddetti “capital requirements” delle banche, ossia i requisiti che i vari istituti finanziari devono soddisfare in termini di mantenimento di capitale sociale a fronte di investimenti rischiosi». Se una banca decide di effettuare un investimento rischioso, deve cioè tenere un capitale sociale sufficiente per coprire eventuali perdite. L’obiettivo è di modificare questi parametri in modo da indicare nelle attività ad alto contenuto di CO2 un rischio aggiuntivo.

L’ultima frontiera di Banca centrale europea, Fed americana, Bank of England è proprio quella di inserire i rischi “climatici”, sia fisici che di transizione, nei loro modelli di gestione del rischio. «Ed è ciò che viene richiesto al nostro progetto: dobbiamo sviluppare modelli che saranno poi presentati al “Network for Greening the Financial System” (Ngfs), istituzione che comprende 43 banche centrali – tra cui quelle di Francia, Spagna, Italia, Giappone, Germania – e i più importanti istituti di regolamentazione finanziaria». Per valutare meglio la stabilità finanziaria di un Pianeta in evoluzione.

di Sara Gandolfi

(da Buone Notizie – L’impresa del bene del 23 febbraio 2021)

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