Non si può non riprendere il prezioso intervento del Prof. Giovannini uscito a pagina 5 del Corriere della sera, venerdì 17 aprile sul Corriere della Sera, pag. 5.

Innanzi tutto la prima parola nell’incipit dell’articolo: Ripartire? Certo ma per andare dove? Tornare dove eravamo o provare a cambiare, anche per evitare che questa crisi lasci segni indelebili? Ed anche: “Una delle lezioni di questa crisi è che la classica distinzione tra dimensioni economiche sociali, istituzionali e ambientali dei problemi andrebbe mandata in pensione. La crisi che viviamo è di natura sistemica.

L’analisi di Giovannini speditamente osserva le fasi poste in essere nel tempo per realizzare l’attuale sistema di welfare, attraverso quali strumenti si è passati per affrontare classiche crisi, che avevano nella brevità e nella facile identificazione la vera ragion d’essere.

Gli strumenti di welfare negli anni si sono evoluti. Oggi un processo come quello attuato nel passato non è più possibile è la sua conclusione.

Infine egli indica gli elementi del necessario “cambio di paradigma” definito da T.Kuhn.

Un intervento importante perché è ben declinata la relazione tra sostenibilità e nuovo sistema di welfare, e soprattutto il nesso tra economia e sistema sociale.

A noi interessa segnalare quanto sia importante fare anche alcune considerazioni di natura storica e culturale.

Il terreno del welfare in Italia è stato preparato nei secoli da una cultura solidale che ha trovato nell’associazionismo cattolico e nel solidarismo socialista i punti di riferimento.

Il cattolicesimo in Italia non è una storia di baciapile e di ignoranti allo sbaraglio.

La storia ci racconta che il bisogno e le crisi nei secoli (pestilenze, malattie endemiche, la vita stessa senza alcuna vera medicina) hanno trovato risposta sia economica sia sociale che sanitaria in un forte accento solidaristico ed una convincente consapevolezza della relazione tra vita e morte.

Anche la cultura operaia ha sviluppato una sistema di welfare per sostenere i bisogno di coloro che erano in difficoltà con iniziative sociali che hanno migliorato la vita.

Il cambio di paradigma di fine ottocento, nei primi anni del ‘900 è avvenuto quando si è posta l’inserzione di una cultura liberista, laicista, positivista che ha prevalso sui fondamenti culturali su cui era basata la vita sociale del tempo.

La persona superava ogni pulsione ideale attraverso un accentuato moralismo etico sui valori da seguire, una diversa cultura del “tutto è possibile”, con la morte dell’imprevedibile.

La morte non è stata vinta da nessuno scienziato. Il tempo invece è divenuto sempre più prezioso.

Le scoperte della medicina, con tecnologie e ricerca scientifica, hanno traghettato la vita della persona verso un fine vita più allungato, una” quasi speranza di immortalità”.

Il Covid-19 ha spazzato via questo legame cui eravamo abituati. Malattia = Cura.

Oggi la Sostenibilità dopo il Coronavirus indica percorsi alternativi – come suggerisce il prof. Giovannini – in ogni settore dalla finanza globale alla giustizia sociale.

La classe dirigente attuale pare smarrita dentro il dilagante bisogno.

Le moltissime task force indicano tre caratteristiche nell’attuale cammino politico:

  1. non essere in grado di decidere;
  2. la paura di sbagliare;
  3. la distribuzione delle colpe negli errori.

Il cambiamento culturale, di impostazione ideale, di sguardo alla realtà, trova nell’imponderabile una misura sconosciuta e che fa paura.

La paura dell’imprevisto è rientrata nel nostro vivere quotidiano.

L’imprevedibile non appartiene alle nostra categorie culturali abituali.

Si vive infatti tutti portesi al prevedibile:” quando tutto finirà? “

Anzi la scienza induce ancora a pensare che “tutto è prevedibile.”

Economia e scienze sociali, sviluppo e malattie, economia e politica sono terreni in cui ci si esercita a prevedere.

Il che non è affatto un errore. Ma l’imprevisto permane! E la realtà lo contiene sempre ed esso si manifesterà ancora.

Per ricostruire, per ricominciare occorre guardare a cosa è accaduto veramente in questi due mesi.

Ammirare tanta gente che facendo sacrifici a casa e al lavoro ha indicato una nuova via con una cultura nuova. Si è posto una cultura solidaristica che pensavamo perduta.

Si sono viste azioni di persone che hanno dato la vita per gli altri. E’ un patrimonio culturale da non dimenticare. Non è il Giuramento di Ippocrate che ha mosso tanti medici e infermieri, ma una concezione di se stessi e dell’amore per gli altri.

Una nuova cultura relazionale, un bene comune che diventa impegno, libertà, rischio anche della vita, perché proprio la vita diventi protagonista della civiltà. La vita di chiunque!

Possibile che non si capisca che il “Tutto andrà bene”! ”Ce la faremo!” sono incoraggiamenti che cercano protagonisti che afferrino questo desiderio per mantenerlo vibrante nel tempo?

Non sono pacche sulle spalle, ma, per questo tempo, un lucido sguardo sul vivere insieme.

Per non dimenticare.

Bruno Calchera
Direttore Responsabile

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