L’invecchiamento costante della popolazione ha oggi (e l’avrà maggiormente in futuro) un effetto rilevante proprio sulle due più vaste aree di spesa, quella pensionistica e quella sanitaria, che già oggi risultano soggette a forti pressioni e richiedono in modo crescente un intervento in compartecipazione da parte delle famiglie.

Le numerose politiche pensionistiche susseguitesi nell’ultimo ventennio hanno messo sotto controllo la spesa, che ha diminuito la propria progressione in valori assoluti e la propria incidenza percentuale sul totale della spesa (pesava per il 64,9% dell’intera spesa sociale nel 1995, mentre oggi si attesta al 60%, seppur in leggera crescita dal 2010), al prezzo però di un peggioramento delle condizioni previste per chi andrà in pensione negli anni futuri quando entrerà a pieno regime il sistema totalmente contributivo.

Nel frattempo le pensioni complementari non hanno raggiunto i livelli di diffusione auspicati: secondo la più recente relazione della COVIP (Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensione) il tasso di adesione complessivo (al lordo dei non versanti) di tutti i fondi è infatti pari al 32,2% sul totale degli occupati e al 28,3% sul totale delle forze di lavoro (comprese dunque le persone in cerca di occupazione).

Sanità, aumentano le spese per le famiglie
Sul fronte sanitario, la spesa è passata dal 5% sul PIL del 1995 al 7% del 2010, per poi scendere al 6,8% nel 2013. Si tratta di un decremento netto di circa 100 euro pro capite a parità di potere di acquisto (da 1.857,98 del 2010 ai 1.748,88 del 2013), risultanti da riduzioni di spesa di circa 4 miliardi nello steso periodo (da 112,4 a 108,7 miliardi).

Questa contrazione di spesa pubblica ha portato a un aumento dei ticket sanitari, con un conseguente aumento di spesa a carico delle famiglie: nel più recente rapporto dell’Osservatorio Donazione Farmaci abbiamo calcolato come dallo scoppiare della crisi economica e finanziaria a oggi, la spesa sanitaria privata sia cresciuta in modo costante, aumentando la propria incidenza sul totale dei consumi delle famiglie italiane: nel 2006 l’incidenza era del 3,5% per un totale di quasi 24 miliardi di euro, nel 2013 l’incidenza era salita al 3,9% (circa 30 miliardi di spesa), per toccare il massimo di incidenza nel 2015 (4,5%) per una spesa complessiva che supera i 34 miliardi.

Il problema, tutto italiano, è che la somma della spesa pensionistica e di quella sanitaria è troppo alta, lasciando le briciole a tutto il resto. Si pensi al tema delle non autosufficienze: in Italia si stima la presenza di 3,4 milioni di persone bisognose di cure long term care, di cui soltanto una piccola quota (250mila) risulta ricoverata in strutture di lungodegenza, mentre la rimanente parte è curata in famiglia. Il numero di chi è a carico delle famiglie è cresciuto del 21,4% rispetto a dieci anni prima, mentre i ricoverati sono cresciuti del 34%.

A fronte di questo crescente bisogno, l’Italia presenta una spesa per i servizi di LTC pari all’1,91% del PIL, ma con il più basso tasso di copertura di servizi (residenziali e domiciliari) rispetto ai Paesi comparabili. Un dato reso drammatico dal parallelo indebolimento delle reti famigliari su cui si scaricano gli effetti della mancanza di servizi.

L’aumento significativo della povertà assoluta
Il sistema di welfare poteva “appoggiarsi” nel 1971 su famiglie formate in media da 3,35 componenti, in un contesto in cui le famiglie unipersonali erano circa 2 milioni, mentre attualmente (secondo i dati censuari del 2011) l’ampiezza delle famiglie si è drasticamente ridotta (2,4 componenti per famiglia) mentre sono cresciute fino a 7,5 milioni le famiglie unipersonali.

Famiglie più piccole e più individui soli garantiscono dunque una ridotta capacità di protezione sociale, aumentando i rischi di vulnerabilità sociale in assenza di una ricalibratura adeguata del welfare, che come si è visto destina in Italia appena il 4,1% del totale della spesa sociale alle famiglie (rendendo poco efficaci le auspicate politiche di conciliazione vita-lavoro, in altri Paesi assai robuste e variegate) e meno dell’1 % agli interventi di contrasto dell’esclusione sociale.

Si riduce dunque l’effetto di riequilibrio delle diseguaglianze, soprattutto in una difficile congiuntura economica come quella che stiamo osservando nell’ultimo decennio, con la conseguenza di aumento significativo della povertà assoluta, condizione in cui si trovano nel 2015 il 6,1% delle famiglie residenti (erano il 5,7% nel 2014) e il 7,6% della popolazione (rispetto al 6,8% dell’anno precedente), proprio per effetto di una maggiore incidenza tra le famiglie con più di un figlio.

Proprio il versante del “fare figli” condanna per altro il nostro Paese a un perdurante inverno demografico: secondo una stima ISTAT del 2007, si desiderano 2,16 figli per donna mentre i fatti ci dicono che il tasso di fertilità (ovvero il numero di figli per donna) è ormai stabilmente sotto l’1,4. E il motivo per cui non si fanno figli è anche (per tre famiglie su dieci) legato a questioni connesse al welfare, come ha mostrato nel 2009 un’utile ricerca del Centro Internazionale di Studi sulla Famiglia: nel 19,5% il problema principale è di natura economica, poi ci sono le difficoltà conciliative (circa il 10%), mentre l’assenza di servizi per l’infanzia riguarda solo lo 0,5% delle famiglie.

Un nuovo welfare “di investimento”
In estrema sintesi, questi dati sono la cronaca di un collasso imminente. Si può evitare? Probabilmente si, ma soltanto modificando il paradigma entro cui ci muoviamo: non più un welfare di puro costo, ma un nuovo welfare “di investimento”, in cui parte dell’attuale spesa sociale venga trasformata in interventi pensati per il lungo periodo: da quelli per il capitale umano alle politiche di conciliazione famiglia-lavoro, c’è un grande spazio per generare opportunità che possono rendere il welfare motore di sviluppo. Questo nuovo welfare non potrà che essere un welfare della responsabilità: ogni cittadino, in forma singola o associata (dalle organizzazioni di terzo settore alle aziende) sarà chiamato a essere co-responsabile del benessere collettivo.

di Luca Pesenti

(da CSRoggi Magazine, anno 2, n.1, Marzo 2017, pag. 8)

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