Tutti più responsabili

Per Responsabilità Sociale delle Imprese (e delle organizzazioni) o secondo l’acronimo inglese C.S.R. (ovvero la Corporate Social Responsibility), si intende “l’integrazione su base volontaria, da parte delle imprese, delle preoccupazioni sociali e ambientali nelle loro operazioni commerciali e nei loro rapporti con le parti interessate” (Libro Verde della Commissione Europea, luglio 2001). Definizione che è stata ampliata e articolata dalla Commissione Europea con la Comunicazione sulla – “Strategia rinnovata dell’UE per il periodo 2011-14 in materia di responsabilità sociale delle imprese” – COM (2011) 681 definitivo.

Promuovere la CSR

Rinnovando gli sforzi per promuovere la CSR, la Commissione Europea intende creare condizioni favorevoli per una crescita sostenibile, un comportamento eticamente responsabile delle imprese e una creazione di occupazione durevole nel medio e lungo termine anche attraverso una nuova Governance dell’impresa, che deve guardare al capitale umano, sociale e alle comunità territoriali come forma di investimento sostenibile. Inserita nelle politiche europee con il Libro verde del 2001, attualmente la Strategia rinnovata della UE in materia di Responsabilità sociale delle imprese (RSI=CSR) prosegue con le indicazioni in materia di RSI contenute nella Strategia Europa 2020 e nel Piano D’Azione Imprenditorialità 2020 – COM (2012) – 795, nell’Iniziativa per la politica industriale e nell’Atto unico per il mercato interno. Inoltre, tale Strategia fa riferimento anche ai principi e agli orientamenti riconosciuti a livello internazionale (i principi guida ONU e le Linee guida OCSE e le Convenzioni ILO).

Un ruolo sociale

In questo quadro all’impresa economica viene chiesto di assumere un ruolo sociale, e di farsi carico degli impatti ambientali e delle conseguenze derivanti dalla propria attività, dando conto degli effetti, anche economici e sociali, che si riverberano sull’ambiente circostante. Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali svolge un’attività di promozione, impulso e informazione in materia, cura i rapporti con le Regioni e gli Enti Locali, con le organizzazioni profit e di terzo settore e di cittadinanza attiva, assicurando anche la partecipazione nei diversi contesti internazionali, con particolare riferimento all’Unione Europea.

L’importanza del comunicare

Il nesso con la comunicazione è immediato. Quante politiche di marketing si sono evolute con l’unico obiettivo di incrementare il Business, privilegiando la brevità di tempo della azione, un calcolo sugli utili, e l’uso dei mezzi al fine di sollecitare il Target Group e senza altra preoccupazione? Arriva ora una ventata di novità: la comunicazione serve per incrementare altre dimensioni che fanno permanere nel tempo la vita stessa dell’impresa. La sostenibilità di un processo ad esempio indica che non tutto ciò che si opera permane e la sostenibilità è un parametro di riferimento che indica solidità, permanenza, visione. Aggiungiamo la socialità: una azienda vive nel tessuto di un territorio, vive in relazione con dipendenti e clienti, persone. Ha un contesto e delle relazioni date dalla logistica e dalla fidelizzazione dei clienti. Opera esattamente con persone per altre persone. In un ambiente per altri ambienti. Essere sensibili al tema sociale significa guardare per intero alla realtà, scoprirne le pieghe, le opportunità nate da contesto umano e territoriale e vedere le difficoltà che sorgono. Non dimentichiamo la reputazione: non è un caso che essa la si conquista facendo bene per anni e la si perde in un istante per follie private o di qualche avvenimento imprevisto (caso Wolkswagen) E le azioni per migliorare lo status dei dipendenti non può dipendere da una trattativa sindacale ( di fatto è un vero peccato che i sindacati in genere non affrontino il tema della C.S.R. mai, in una trattativa, limitando all’essenziale economico/normativo ogni preoccupazione).

Avere una visione

Infine il tempo: massimizzare i profitti al breve non fa del bene alla azienda: avere una visione e saper interpretare la storia, anche dell’impresa, con tutti fattori connessi fa bene al Business Plan, fa bene nel recepire i cambiamenti, fa altrettanto bene al portafoglio per cui non si investe il massimo all’inizio, ma si procede per gradi e per passi successivi si arriva all’obiettivo. Un’ultima osservazione fare un bilancio sociale e vedere l’effetto generale creato dal fare impresa, verificando la qualità degli stakeholder, i processi interni ed esterni e gli impatti che favoriscono la misurazione della sostenibilità, un po’ come fecero i grandi di un tempo, i Ferrero, i Ferrari, Pietro Barilla, i De Cecco, i Fratelli Carli e vorrei citare il sig. Pellizzoni di Cremona che legò il suo nome alla uova e alla Coccodì. Essi partirono piano, con una visione, i passi erano determinati dalla realtà, il territorio e l’ambiente (una preziosa risorsa da valorizzare), le risorse umane erano il centro della azione, tutto doveva camminare nel tempo facendo crescere, senza forzare, il proprio cammino di imprenditori. Così marciò la loro comunicazione, non era fredda e marcata di inglesismi di maniera, non c’erano spot, c’era “da dire e da far vivere un prodotto”. Bisognava far vivere il prodotto e ascoltare ogni utile osservazione. Provare, rifare, incominciare di nuovo. Dimostrare che era ottimo. Alla fine arrivarono le grandi agenzie a consolidare un primato, un primato che c’era già perché la strada era stata tracciata. Questi imprenditori della nostra storia non sapevano nulla della CSR , semplicemente vivevano la CSR ogni giorno, in tutti i suoi fattori, per questo ne sono stati gli inventori assoluti!

Bruno Calchera

(da dmcmagazine.it)

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