Tutti in fila per il debito verde! Fs al via, ora tocca alle banche

Pronto al binario c’è il green bond delle Ferrovie dello Stato. Potrebbe arrivare tra pochi mesi, forse già entro giugno, quando il gruppo dovrà staccare il primo assegno per ritirare una parte dei treni regionali— 625 convogli in tutto per un totale di 6 miliardi di Investimenti — più efficienti e a minor impatto ambientale, riciclabili fino al 97%. Ma ai nastri di partenza si stanno schierando anche multiutility come A2A e Acea. A bordo campo non si scaldano però solo le aziende che vogliono finanziare progetti sostenibili. Stando alle attese del mercato, al loro fianco ci sarebbero anche grandi gruppi bancari come Unicredit, dopo l’esordio a inizio aprile di Ubi Banca con un collocamento di obbligazioni verdi per 500 milioni.

Il ritorno delle utility
Dopo essere entrata nei bilanci e nei piani di investimento delle aziende, ora l’onda lunga della sostenibilità ambientale, della circular economy e più in generale degli investimenti verdi è quindi arrivata nella finanza. Lo testimoniano i primi quattro mesi dell’anno che hanno registrato in Italia 2,750 miliardi di provvista green sui 6 miliardi complessivi emessi dalle imprese, da Terna — che ha collocato un bond di 250 milioni a gennaio e uno di 500 ad aprile—a Enel ed Erg.

Sullo sfondo, un mercato con un buon appetito dove i maggiori protagonisti sono state le banche che, approfittando del raffreddamento degli spread, hanno spinto le emissioni obbligazionarie, tra verdi e non, a quota 37,5 miliardi.

Se fino al 2018 i bond verdi avevano caratteristiche episodiche, ora si può ormai parlare di un trend supportato da quei 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile che le Nazioni Unite hanno inserito nell’Agenda globale e che dovranno essere raggiunti entro il 2030. Un andamento quello Italiano che si rispecchia a livello globale: da gennaio ad aprile le emissioni sono cresciute del 32% a 44,5 miliardi di dollari e arriveranno a 170 miliardi alla fine dell’anno secondo il Green bond chartbook presentato ad aprile dal gruppo Unicredit agli investitori. Il motore è stata l’Europa, dove i titoli verdi sono arrivati a un valore di 21,7 miliardi.

Quest’anno la strada è stata aperta da Ubi Banca per rifinanziare un portafoglio di prestiti in project nelle settore delle rinnovabili. Tra le banche la prima ad aprire le danze a metà del 2017 era stata Intesa Sanpaolo che aveva collocato un titolo da 500 milioni legato a progetti di sostenibilità ambientale e climatica, raccogliendo ordini per 2 miliardi. L’istituto guidato da Carlo Messina aveva poi raddoppiato l’impegno mettendo a disposizione delle imprese un plafond di finanziamenti pari a 5 miliardi dedicato alla circular economy e già erogato a società come Maire Tecnimont per la realizzazione del maggior europeo per il riciclo della plastica. Tra gli apripista del passato anche Iren ed Hera, la multiutility emiliana che ora potrebbe tornare sul mercato.

Terna, Erg e Snam
Obiettivi ambientali a parte, per le corporate che si affacciano sul mercato del debito «verde» si aprono anche prospettive diverse. «Il vantaggio non si riflette ancora in un minore costo per l’emittente, ma sicuramente in una maggiore stabilità della quotazione. Si amplia inoltre la platea degli investitori potenziali, grazie ai fondi specializzati sull’ambiente e a quelli dedicati introdotti dagli investitori tradizionali. In Italia sono arrivati per esempio i fondi olandesi in formato green, che in precedenza erano poco presenti nel Paese», dice Carolina Marazzoli, responsabile delle attività di Debt capital market di Unicredit in Italia. L’emissione di 500 milioni collocata da Terna aveva in effetti attratto richieste per 3,5 miliardi. Cosi, oltre l’85% del bond emesso dal gruppo guidato dal ceo Luigi Ferraris (impegnato a ridurre l’impatto ambientale delle sue linee elettriche) è volato all’estero e paga una cedola dell’1% per i titoli a sette anni che riflette il rating elevato del gruppo.

E così la scorsa settimana Terna è tornata di nuovo in campo. Questa volta con una linea di credito rotativa di 1,5 miliardi, legata proprio al raggiungimento dei suoi obiettivi ambientali. Diverso il caso di Erg che ha debuttato con un obbligazione da mezzo miliardo. La minore notorietà ha spinto il coupon all’1,875%. Ma il giorno dell’esordio ha prezzato sotto la curva dei governativi e ha avuto richieste pari a 3,5 miliardi, al pari di Tema e quasi l’80 per cento è stato sottoscritto da istituzionali esteri.

Snam ha invece fatto il pieno con il suo Climate action bond da 500 milioni. È stata la prima obbligazione in Europa di questo genere che ha un obiettivo più ampio rispetto ai titoli verdi perché è legato agli investimenti del gruppo guidato da Marco Alverà sull’intero progetto di transizione energetica: l’89% è infatti nei portafogli di investitori esteri che ricevono una cedola dell’1,25%.

Ora tocca alle Ferrovie che potrebbero piazzare il loro green bond dopo la presentazione del nuovo piano del ceo Gianfranco Battisti atteso nella prima metà di maggio. Il gruppo aveva già collocato 600 milioni di obbligazioni verdi alla fine del 2017 pagando una cedola dello 0,875%. I tempi dell’emissione targata Ferrovie li detteranno gli spread agganciati all’evoluzione politica condizionata anche dalle elezioni europee a maggio. In mancanza di stabilità il gruppo rimanderà i programmi.

di Daniela Polizzi

(da L’Economia del Corriere della Sera del 29 aprile 2019)

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