Tiziano Treu nella sua veste di presidente del Cnel parte dal numeri ufficiali. «Le organizzazioni non profit censite dall’Istat nel 2016 erano 343.433 mentre nel 2011 si fermavano a quota 301.191. I volontari sono oltre 5,5 milioni e i dipendenti 812 mila. Bastano questi dati a certificare come il Terzo settore sia in grande crescita quantitativa e di composizione perché accanto al volontariato stanno crescendo il peso e l’influenza delle imprese sociali».

Cosa intende di preciso per crescita di influenza?
«Le imprese sociali si affermano da una parte come una nuova modalità di protagonismo economico, dall’altra hanno contribuito a contaminare anche il mondo delle imprese profit che si sono convinte a fare i conti con le esternalità. Prima tra tutte l’ambiente e ne è una riprova la crescente attenzione al temi dell’economia circolare. Ma anche in campo giuridico registro la novità. Accanto alla vecchia tradizione di scuola anglosassone – che invitava l’azienda a fare profitti e a rispondere solo agli azionisti – e all’alternativa rappresentata dal capitalismo renano che vedeva sì l’impresa come una comunità ma limitata al dipendenti, si sta affermando una nouvelle vague che inquadra l’impresa come commons: in italiano tradurremmo bene comune. E questa teoria, seppur gradualmente, comincia ad essere accettata anche nel mondo del business».

Le imprese sociali hanno coscienza di questi loro successi, di questo sfondamento culturale?
« Forse solo parzialmente. Nel momento in cui le idee del non profit si affermano anche nell’altro campo la responsabilità cresce, il richiamo alla coerenza si fa più forte. E può anche far tremare i polsi della dirigenza, inoltre in un momento in cui la democrazia sociale e partecipativa fatica a rinnovarsi, vuoi per la crisi del partiti vuoi per le amnesie del sindacati confederali, il Terzo settore alimenta nell’opinione pubblica ulteriori aspettative».

Risponda con sincerità: ce la farà il Terzo settore a caricarsi degli oneri e degli onori di cui stiamo parlando?
«Rispondo in positivo: condivido ciò che ha detto Sacconi nell’intervista a Buone Notizie. Al non profit si richiedono oggi maggiore capacità imprenditoriale, meno dipendenza dagli assessori e un allargamento della base di consenso e di finanziamento».

Che riconoscimento fornisce il Cnel al Terzo settore?
«Il non profit è rappresentato nel nostro consiglio da sei persone, quasi come la “grande” Cgil e quindi ha sicuramente tanta voce. Ma la sua forza non sta solo nel riconoscimento Coistituzionale che possiamo dare noi bensì nel lavoro profondo di ricucitura del tessuto sociale. È un collante importante e una risposta convincente a chi sostiene che basta il web per rappresentare la società».

Teme il peso che i social hanno conquistalo nel dar voce alle istanze individuali?
«In questa fase di verticalizzazione del paesaggio sociale, di incrudimento delle contrapposizioni tra élite e popolo, la mia cultura mi fa preferire quando le istanze dei deboli vengono interpretate da forme associative piuttosto che diventare preda di soluzioni neo-autoritarie, magari favorite dalle tecnologie più avanzate ed empatiche».

Il governo Conte ama o teme il Terzo settore?
«C’e nella pipeline dei provvedimenti in esame un testo di legge che viene dai governi precedenti e che serve a modernizzare il Terzo settore, ma mi dicono che la coalizione Lega-Cinque Stelle non ne sia entusiasta. Posso solo auspicare che entrambi riconsiderino la loro posizione e continuino sulla strada che si era intrapresa».

Lei teme che il referendum propositivo possa limitare oltre che la democrazia parlamentare anche l’azione dei corpi intermedi?
«Dipende da che tipo di norme scrivi. In linea di principio no. Può uscire qualcosa di pienamente compatibile con il sistema parlamentare e che non segni una deriva verso l’individualizzazione delle relazioni politiche. Bisogna evitare la contrapposizione tra le due filosofie, ma integrarle. In campo sindacale si temeva il referendum e invece poi si è visto che poteva essere usato in maniera complementare alla rappresentanza. Non credo quindi che necessariamente la novità debba far soffrire i corpi intermedi a patto che non si scelga la via del plebiscito».

C’è vento contrario anche nei confronti della sussidiarietà. La tendenza è a rivalutare lo statalismo. «Personalmente temo un sovranismo che finisca per assomigliare a uno Stato autoritario. Se si avvilisce il Parlamento, si azzerano i partiti, si esaurisce la mediazione sociale, alla fine resta in campo una forma di statalismo personale che mette paura. Non parlo dell’Italia ma penso a Trump o a Erdogan, ai regimi comunisti».

Ultimo tema: le Ong. Sono in prima pagina quasi tutti i giorni ma rischiano l’isolamento. Fanno parte a pieno titolo del Terzo settore e c’è coscienza di questa appartenenza?
«Se penso soprattutto alle Ong italiane sicuramente fanno parte organizzativamente e culturalmente del Terzo settore, anche se sono animali particolari. Penso ad esempio alla loro azione di difesa dei diritti umani e sociali, come nel caso dell’infanzia sfruttata per lavorare nel Paesi del sottosviluppo. Ma sicuramente è una materia che merita dì essere messa a fuoco con maggiore attenzione».

Grazie alle competenze interculturali che possiedono le Ong non potrebbero svolgere un ruolo-chiave anche nei processi di integrazione dei nuovi arrivati magari aiutando le amministrazioni?
«Sicuramente rappresentano un bacino di professionalità che può trovare più sbocchi. E’ un buono spunto».

 

di Dario Di Vico

(da BuoneNotizie – L’impresa del bene – Corriere della Sera del 12 febbraio 2019)

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