Chi ha anche solo una minima conoscenza della rilevanza del Terzo settore non può che sottoscrivere le critiche al governo avanzate da Ferruccio De Bortoli su queste pagine il primo settembre. Le difficoltà dell’esecutivo nel valutare le potenzialità del settore sono confermate dalla contraddizione tra le dichiarazioni del Presidente del Consiglio e dei vari ministri sull’importanza del comparto e la sua totale assenza in tutte le proposte ufficiali per l’utilizzo dei fondi europei. La Francia ha fatto il contrario; il governo ne ha parlato poco, ma lo ha citato fin dalla premessa del suo piano come uno dei pilastri sui quali intende basare la ripresa. Questa sottovalutazione non può più essere giustificata da carenze informative.

Esiste infatti ormai una mole di ricerche e di statistiche ufficiali che mostra la rilevanza del comparto e che consente di valutarne le potenzialità e di individuare le politiche di sostegno più efficaci. Se non proprio i politici, almeno i loro collaboratori dovrebbero conoscere questi dati. Le stesse ricerche dovrebbero poi essere sufficienti permettere in discussione anche la convinzione, diffusa in una parte ampia delle forze di governo, che ciò che è di interesse collettivo debba essere gestito solo da qualche ente pubblico.

A questo punto, altre devono quindi essere le ragioni dell’assenza di riferimenti al Terzo settore nei documenti di policy. Credo i motivi siano due in particolare. Il primo riguarda, più che le organizzazioni del settore, gli ambiti di attività in cui esse sono impegnate: i servizi sociali, educativi, culturali e, in generale, alla persona. Tra i policy maker nostrani, questi servizi continuano ad essere considerati solo come settori di spesa, forse utili ma comunque incapaci di contribuire alla formazione e quindi alla crescita del Pii, e tanto meno di creare vera occupazione, soprattutto per donne e giovani con elevato capitale umano. Non solo: il potenziamento dei servizi alla persona non sembra venga ritenuto utile neppure per favorire la coesione sociale, dal momento che, sotto questa voce, nei documenti governativi si trovano solo proposte di conferma o introduzione di nuovi trasferimenti monetari. Una convinzione che permane nonostante questi servizi e le organizzazioni che li erogano siano stati tra i pochi che hanno accresciuto l’occupazione dopo la crisi del 2009-11.

In sostanza, nei vari piani si preferisce continuare a puntare sui settori tradizionali come le infrastrutture, anche se molti dubitano che il loro moltiplicatore sia superiore all’unità. E si insiste su proposte di riforma di strumenti che non hanno mai funzionato – almeno in Italia – come i centri per l’impiego. Perché invece non sostenere, per esempio, le molto meno costose e più efficaci seimila cooperative di inserimento lavorativo, che già occupano in modo regolare oltre 3omila persone difficilmente impiegabili? Q perché non potenziare il servizio civile che si è dimostrato anche ima scuola per lo sviluppo di abilità spendibili sul mercato del lavoro?

La seconda ragione della sottovalutazione va ricercata nella radicata convinzione che le organizzazioni di Terzo settore siano nate, esistano e operino solo perché le pubbliche amministrazioni hanno scelto di affidare loro l’erogazione dei servizi che ora gestiscono: sarebbero quindi nella maggior parte dei casi prive di capacità imprenditoriale, nonché di autonomia organizzativa e finanziaria. Una lettura semplicistica che contrasta con la storia e con i numeri. Non va d’accordo con la storia perché molti dei servizi che le organizzazioni di Terzo settore oggi offrono sono stati introdotti per la prima volta proprio da loro, in un sistema di welfare sostanzialmente privo di servizi sociali che non fossero emergenziali. Solo dopo più di un decennio sono stati riconosciuti e finanziati – in modo sistematico ma spesso insufficiente – dalle amministrazioni pubbliche. Non tornano nemmeno i numeri, visto che delle risorse gestite dalle diverse componenti del Terzo settore, quelle di provenienza privata superano ampiamente quelle pubbliche, così come sono interamente di fonte privata le centinaia di milioni di investimenti realizzati soprattutto dalle componenti più imprenditoriali del settore.

Non basta dunque acclamare la rilevanza del Terzo settore affinché gli venga riconosciuto anche il ruolo di motore di sviluppo e di trasformazione in senso più sociale dell’economia. Applaudirlo non serve a nulla se si sottovaluta la rilevanza economica, non emergenziale, dei servizi che produce e se non gli si riconosce un’autonoma capacità di mobilizzare risorse umane e finanziarie.

di Carlo Borzaga
Presidente Euricse

(da Buone Notizie – L’impresa del bene del 27 ottobre 2020)

 

 

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