Un «Processo al non-profit» e una Tavolata romana senza Muri per mutare la narrazione e cambiare i comportamenti quando l’attacco mediatico è, nei confronti di questo settore, particolarmente pesante e voluto per gettare discredito. In meno di 3 mesi per il progetto del Processo sono state sensibilizzate 240 associazioni e sono stati coinvolti nelle tre «udienze» -Milano, L’Aquila e Roma – 30 protagonisti come testimoni – imputati in rappresentanza di istituzioni, imprese, società civile, media e Ong. Duecentocinquanta partecipanti e 6 ore fitte di argomentazioni, applicando il gioco della retorica dove ogni coppia ha declinato argomenti di accusa e difesa in due round alternati. L’idea portante è stata di sviluppare un dibattito sotto forma di processo pubblico, con pro o contro per sostituire la banalizzazione, sia «buonista» che «cattivista», nella consapevolezza che istituzioni, cittadini, imprese, media siano tutti co-responsabili insieme alle Ong del malgoverno del fenomeno migratorio e non soltanto di quello. Il nostro obiettivo è stato di introdurre nuovi elementi nel confronto: un dialogo civile e informato; un ascolto attivo; la comprensione delle ragioni dell’altro; la ricerca di una nuova narrativa capace di indurre nuovi comportamenti verso il non -profit.

Le tre «udienze» sono state una sorpresa inaspettata: un tuffo in una realtà che speravamo superata. Come se tutti gli interlocutori, e non solo le Ong, non si aspettassero che di essere ingaggiati in un gioco retorico che li investisse «ufficialmente» nel ruolo di accusatori per tirar fuori critiche e delusioni. Le registrazioni saranno un materiale prezioso per l’analisi finale, anche quando si tratta delle diffuse critiche sulla disparità dei comportamenti. In ogni incontro è stato affermato con decisione che la questione non è solo di comunicazione, anche se rilevante, ma soprattutto di comportamenti da modificare subito prima che sia troppo tardi nello sviluppo e attuazione di quei quattro sistemi di relazione (non profit vs istituzioni, imprese, cittadini e media, non profit). L’obiettivo era e rimane oggi quello di riuscire a indurre – fra i diversi stakeholder che determinano il valore del non profit italiano – un cambiamento di comportamenti e di narrativa capaci di ritardare/rallentare la caduta dei capitali sociale, relazionale e reputazionale del Paese. Se, come sostengono gli esperti di analisi finanziaria dei maggiori mercati azionari, il valore dei beni intangibili prodotti dalle organizzazioni (sociali, private e pubbliche) è stimabile in circa il doppio di quello dei beni tangibili – non è difficile capire come continuando da un lato a criminalizzare il volontariato, l’atto di donazione, la solidarietà verso i più vulnerabili e dall’altro ad esaltare il valore delle crescenti diseguaglianze insieme all’assalto alla qualità delle relazioni sia fra persone che con la natura e l’ambiente, ci avviamo rapidamente fuori dal consesso delle cosiddette nazioni civili. Ed è ulteriormente emerso come se da una parte si auspica all’evoluzione dello storytelling, intorno alla quale nascono iniziative o siti ad hoc – modello «bussola» -come Open cooperazione e Italia non profit, dall’altra si prosegue con la retorica del volontariato che tende a non rendersi conto e a calcolare il capitale sociale che produce, con un associazionismo

ancora autoreferenziale e frammentato: sotto questo aspetto salutiamo con attenzione e condivisione l’intervento di Silvia Stilli pubblicato su questa pagina il 23 ottobre. Un associazionismo ancora autoreferenziale e frammentato.

Se piangono le Ong, non ridono certo le istituzioni, i cittadini e i media. «Il non profit non è un settore, ma un importantissimo valore sociale. Tutti ne siamo responsabili»:giungono lapidarie e profonde le parole di Emma Bonino a Roma in conclusione del terzo Processo e del pensiero emerso dai tre incontri. Conclusioni date poco prima che 750 cittadini sedessero, in Via della Conduzione, alla Tavolata romana senza Muri voluta dal Municipio I di Roma e da Focsiv con promotori Intersos, Masci e ancora Ferpi. Il Processo al non-profit (ideato e realizzato da Ferpi – Federazione Relazioni Pubbliche Italiana insieme all’Associazione per la Retorica, con il sostegno di Conad e di Vita e Fanpage come media partner) e la Tavolata ci indicano, in un periodo di conflittualità sociale, una strada diversa: che con la drammatizzazione e la convivialità si può attuare un’inversione di atteggiamento ritrovandoci più disponibili all’altro e che il confronto lo scambio con l’altro sia il metodo per una società che evolve in senso positivo e matura socialmente.

 

di Toni Muzi Falconi, Senior counsel Methods
e di Giangi Milesi,  Networking e Relation Cesvi

(da Buone Notizie-L’impresa del bene del 13 novembre 2018)

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