Sviluppo equo, servono standard di misurazione condivisi – La tavola rotonda

L’approfondimento della mattinata è proseguito con una tavola rotonda moderata da Marco Girardo, giornalista di Avvenire, cui hanno partecipato Carlo Cimbri, Group CEO di Unipol, Innocenzo Cipolletta, Presidente Assonime e Panos Seretis, Head of ESG Research – EMEAMSCI Inc. Queste le domande e le risposte.

Come utilizzare gli SDGs nell’economia reale?

Risponde Carlo Cimbri: «L’accelerazione digitale è cominciata da tempo, osservarla dal punto di vista della sostenibilità è l’ultima suggestione. C’è un tema molto ampio che si collega proprio alla sostenibilità, un tema globale che interessa soprattutto gli Usa. La diffusione della digitabilità presuppone che ci sia competizione equa per tutti, quindi è forse il caso di cominciare a porsi il tema dei monopoli dei dati: pochi operatori dispongono della grande maggioranza di questi e questo può essere un grande problema. E allora forse lo stimolo per chi si occupa di sostenibilità dovrebbe essere quello di pensare a questo tema per cercare di raggiungere uno sviluppo più equo».

Quali sono i rischi dell’indirizzamento dei vari mercati alla sostenibilità?

Risponde Innocenzo Cipolletta: «Il primo rischio è quello di creare regolamenti rigidi, quando invece servono semplici linee guida perché siamo in un campo in cui le incertezze sono ancora molte. Le situazioni cambiano in fretta, oggi più che in passato, e bisogna tenere conto delle diversità esistenti tra Paese e Paese per evitare di favorirne alcuni, che sono magari più avanti dal punto di vista tecnologico, rispetto ad altri. Un altro rischio è il fatto che le regole siano omologate a soggetti considerati a torto più rappresentativi. Le imprese sono molto diverse tra loro e le regole vengono in genere impostate su quelle più grosse e solo in seguito trasportate su quelle più piccole. Ecco, nel campo della sostenibilità si stanno disegnando regole che sono funzionali alle grandi imprese e che rischiano di estromettere dal mercato quelle più piccole».

Come non correre dunque il rischio dell’eccessiva standardizzazione?

Risponde Panos Seretis: «Oggi i clienti sono più maturi di quanto pensiamo. Mancano regole precise, ma gli investitori sanno come fare per individuare le società virtuose dal punto di vista degli obiettivi di sviluppo sostenibile. Lo fanno anzitutto chiedendo alle società di aumentare la loro trasparenza con rendicontazioni specifiche. Molti clienti hanno inoltre creato nuovi fondi per cercare società che investono in tecnologie correlate agli SDGs. Per quanto ci riguarda, noi riteniamo di non dover escludere a priori le società che non fanno rendicontazione, preferiamo verificare il tipo di attività da loro svolta e le modalità in cui operano».

In relazione ai tre temi Ambiente, Social e Governance, non si è forse fin qui dato troppo spazio al solo ambiente?

Risponde Cimbri: «Tutto sommato credo sia giusto così per quanto riguarda la governance, perché la libertà d’impresa non passa attraverso un proliferare di regole. Più carichi un’impresa di regole e obblighi e più rischi di creare problemi e di affossare, soprattutto, le piccole, che non sempre hanno gli strumenti adatti a rispondere alle numerose richieste. Trovo invece interessante cercare di intervenire per indirizzare i flussi finanziari verso un impatto sociale sostenibile. Senza una spinta è difficile che questo si verifichi, per cui mi sembra giusto farlo. L’importante è che le regole fissate siano valide per tutti, come in ogni altro settore, a livello globale. Se no diventa troppo difficile competere sui vari mercati».

In Europa vengono investiti 30mila miliardi su società che sostengono progetti sostenibili. Il nostro continente sta facendo da traino…

Risponde Cipolletta: «Sì, in Europa si registra un sentimento molto favorevole a politiche di questo tipo. Oggi più che mai abbiamo bisogno di un’Europa pulita, che sia patria di discorsi virtuosi. È una sfida forte, per vincerla ci vuole l’apporto di tutti i Paesi anche se, volendo sottolineare un aspetto non del tutto positivo, non mi sembra che tutti in questo momento mettano in campo il medesimo coraggio».

Avete la sensazione di operare in un contesto condiviso, o di operare da soli, secondo le vostre specifiche inclinazioni aziendali?

Risponde Cimbri: «Parlare di contesto forse è esagerato, non si è ancora costituito un movimento corale vero e proprio, in campo per ora ci sono sensibilità diverse. Quello che manca, al momento è un concetto condiviso di misurabilità, oggi gli standard di misurazione sono molteplici. La trasparenza è importante: chi mi dice che certi criteri sono effettivamente rispettati da tutti? Serve dunque una standardizzazione dei criteri di analisi, solo la certezza può canalizzare gli investimenti. L’aspetto positivo è che oggi le persone sono molto più attente, soprattutto quelle giovani, e sono molto determinate a investire solo su aziende che operano in maniera eticamente sostenibile. Questo è importante».

di Luca Palestra

(da CSRoggi Magazine, anno 4, n.3, Luglio 2019, pag. 23)

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