Più forte della pandemia, la sostenibilità nelle sue tre declinazioni ha consolidato il suo ruolo di tema dominante non solo nelle agende politiche, ma anche nelle strategie aziendali. Una vera rivoluzione, che sta ridisegnando organizzazioni e processi, assegnando un peso nuovo rispetto al passato a coloro che in azienda si occupano di questi temi. Non è un caso, ad esempio, se chi coordina questo settore si trova alle dirette dipendenze dei vertici aziendali, riportando in un caso su quattro al direttore generale e nel 22% dei casi direttamente al CEO, così è scritto nel nuovo volume La sostenibilità come professione (Egea).

Professionisti di cui il mercato del lavoro ha un bisogno notevole: secondo l’ultimo rapporto GreenItaly, infatti, nel quinquennio 2016-2020 sono state oltre 441 mila le aziende che hanno deciso di investire in tecnologie e prodotti green; investimenti che devono però essere pianificati e governati da professionalità specifiche, fra cui proprio quella del responsabile della sostenibilità, in inglese sustainability manager.

Una figura che assume importanza crescente nella pianificazione strategica delle aziende e che mai come ora sta contribuendo a un cambiamento fondamentale. Ne abbiamo parlato con Marisa Parmigiani, a capo della sostenibilità del Gruppo Unipol e presidente di Sustainability Makers, associazione che da oltre 15 anni rappresenta le professioni della sostenibilità in Italia.

Parmigiani, nelle aziende com’è cambiato in questi ultimi anni il ruolo di chi si occupa della sostenibilità?
«Senza dubbio è cresciuto in termini di importanza. Abbiamo superato la dimensione della pura rendicontazione: anni fa il responsabile della sostenibilità si occupava prima di tutto del bilancio di sostenibilità, delle attività liberali e dei rapporti dell’azienda con il territorio; nel tempo questi aspetti sono diventati solo alcune delle componenti delle sue attività che ora si intrecciano maggiormente con la pianificazione strategica».

In passato la sostenibilità aziendale era prevalentemente quella sociale; oggi cosa accade?
«C’è una maggiore competenza sulle questioni di tipo ambientale; prima solo alcune aziende che operano in determinati settori tenevano in grande considerazione gli aspetti ambientali, con cui oggi invece si deve confrontare tutto l’universo imprenditoriale anche, ma non solo, in una logica di rendicontazione».

Sono cresciute anche le risorse economiche destinate agli interventi nell’ambito della sostenibilità?
«Sì; da un lato perché è stata riconosciuta l’importanza di una serie di azioni in questo ambito, dall’altro perché sono cresciuti i costi da sostenere per la cosiddetta compliance: ci sono cioè alcune attività che prima non venivano fatte e che oggi sono invece obbligatorie da un punto di vista normativo e necessitano di investimenti per competenze specifiche; alcune di queste sono davvero molto tecniche ed è quindi cresciuto anche il ruolo dei consulenti all’interno delle aziende».

Al di là del bilancio di sostenibilità, quali strumenti interessanti ci sono nella sostenibilità aziendale?
«La strategia climatica (e la relativa rendicontazione) è la new entry che in qualche modo la fa da padrone perché viene richiesta anche dagli investitori. Un altro strumento interessante che si sta diffondendo è quello che introduce gli indicatori di sostenibilità nelle politiche retributive del management. Un’operazione, questa, che svolgiamo insieme alla direzione del personale; la sostenibilità, dopotutto, da sola può fare poco: occorre un’azione sinergica con le altre funzioni aziendali».

Ma le aziende stanno davvero cambiando o si limitano a comunicare molto?
«Secondo c’è un cambiamento in atto. Poi è senza dubbio vero che si comunica più di prima ciò che si fa in relazione alla sostenibilità perché si pensa che sia più interessante. Le faccio un esempio pratico: prima gli uffici stampa dicevano ai manager della sostenibilità che le loro attività non interessavano a nessuno; adesso bussano alla nostra porta chiedendoci se abbiamo qualcosa da raccontare perché i nostri temi sono cool».

Com’è messo il nostro Paese se confrontato con il resto dell’Europa in termini di sostenibilità aziendale?
«Siamo migliorati molto. Mi occupo di sostenibilità da vent’anni: all’inizio del mio percorso eravamo un po’ il fanalino di coda in Europa, anche perché questi temi erano soprattutto appannaggio delle grandi multinazionali che in Italia sono poche. Oggi non siamo messi poi così male, soprattutto nell’Europa mediterranea. È chiaro che un ruolo chiave lo giocano le norme: in Francia, dove la normativa su questi temi è più esigente, le aziende sono mediamente più avanti delle nostre. Nell’Europa settentrionale, nei paesi scandinavi in particolare, sono avanti anni luce al momento».
(…)

di Michele Razzetti

Continua la lettura su vanityfair.it del 13 gennaio 2022

 

 


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