«Siamo pronti a mettere a disposizione delle istituzioni il nostro know how e i nostri dati, accumulati negli anni, per favorire processi decisionali più vicini ai fenomeni reali che il Paese vive, come ad esempio sulla mobilità». Pierluigi Stefanini è il presidente del gruppo Unipol e vicepresidente della controllata UnipolSai Assicurazioni, è anche presidente dell’Assemblea Asvis, l’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile.

In che modo può essere sostenibile un’assicurazione come Unipol?
«La nostra visione della sostenibilità, che è la stessa che l’agenda dell’Onu 2030 ha messo all’attenzione di tutti i Paesi a livello globale, richiede la capacità di integrare fra di loro diversi piani: l’attività economica, sociale e ambientale. Cerchiamo di tutelare desideri, aspettative e bisogni dei nostri assicurati nel durante e nel futuro, quindi il risvolto sociale è fondamentale. Per noi la sostenibilità è intimamente legata alla nostra funzione».

Com’è cambiata negli anni l’attenzione alla sostenibilità?
«Fin dall’inizio degli anni Novanta, merito di chi c’era prima, i temi della responsabilità sociale e dell’impresa sono stati al centro del nostro agire. Il primo bilancio sociale di Unipol risale al 1992- 1993. Abbiamo alle spalle un percorso molto importante».

Nella vostra gestione dei rischi come si inserisce il cambiamento climatico?
«Abbiamo un osservatorio interno che da anni esamina i trend emergenti per cercare di cogliere dal punto di vista delle attività economiche i potenziali rischi del nostro mestiere, di natura materiale e reputazionale. Il cambiamento climatico è un elemento centrale sia per i risvolti prospettici sia per le ricadute specifiche sull’assicuratore in riferimento alle cosiddette calamità naturali che sono una parte di questo fenomeno più ampio».

In cosa consiste la vostra politica della sostenibilità?
«Abbiamo assunto come linee guida le cosiddette ESG: ambiente, sociale e governance. Il cambiamento climatico, la polarizzazione sociale, il cambiamento demografico, la rivoluzione tecnologia e digitale, i diritti umani e l’ambiente sono gli assi portanti delle nostre strategie di investimento e di sottoscrizione».

Com’è cambiata la vostra politica in materia di investimenti?
«C’è un costante adattamento delle nostre scelte secondo principi e dinamiche che discendono dalle indicazioni date a livello globale dall’Onu per gli investimenti dei grandi gruppi noi compresi e dall’Europa, che vuole incrementare la finanza sostenibile, per fare in modo che gli investitori, siano le assicurazioni, le banche o i grandi fondi, orientino le loro politiche per cercare di investire nella direzione di ridurre le emissioni, promuovere l’economia circolare, le fonti rinnovabili».

Come misurate la vostra sostenibilità?
«Abbiamo istituito una task force interna che analizza, aggiorna e valuta i profili di coerenza dei soggetti destinati ai nostri investimenti o alle nostre policy assicurative con le indicazioni che l’Ue ci sta proponendo. È una sfida aperta, la transizione ecologica è un processo che richiederà del tempo e il traguardo è il 2050».

Il cambiamento demografico come sta pesando sulle assicurazioni?
«Abbiamo la necessità di costruire polizze che siano capaci di garantire un patto intergenerazionale. Il soggetto assicurativo può essere usato dal pubblico per favorire da un lato percorsi di integrazione delle prestazioni e dei servizi e dall’altro, cosa trascurata, c’è un’importante competenza interna che può essere messa a disposizione dello Stato».

Il chief executive officer di Generali, Philippe Donnet, in un video incontro con il vicepresidente della Commissione dell’Unione europea, Valdis Dombrovskis, ha proposto un fondo per le pandemie in cui siano coinvolte le assicurazioni. Cosa ne pensa?
«Ogni idea deve essere valutata, esaminata e discussa. Mi sembra però preferibile che si sviluppi in modo adeguato e simmetrico la tassonomia verde (il sistema di classificazione per le attività economiche sostenibili, ndr) che l’Europa sta portando avanti».

L’Italia su cosa deve puntare per la ripresa?
«Si deve riuscire a fare uno sforzo metodologico: quando un’istituzione si appresta a prendere una decisione deve porsi allo stesso tempo il tema di come realizzarla. Serve una semplificazione strategica del Paese».

di Francesca Basso

(da Corriere della Sera del 28 giugno 2020)

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