Il punto del Direttore

Siamo davanti alle tre S che indicano scenari diversi che possono essere in contraddizione.

Lo Statalismo. In questi giorni si respira un vento forte di statalismo.

C’è voglia di porre lo Stato alla guida dell’economia e non solo: il Covid-19 ha dato una spinta poderosa a riaffermare il primato della Sanità Statale, e demonizzare la Sanità Privata, anche se “Accreditata” e gestita dalle Regioni.

Si è affermato in questo periodo un forte statalismo nella scuola: qui si è visto lo scarto tra scuole paritari e quelle statali. Una distanza che dice solo che “paritarie queste scuole non lo sono” per lo Stato.

Infine alcune altre “grane” che lo Stato sta portando avanti: l’ingresso dello Stato nelle compagini aziendali.

Il 26 ottobre del 2018, Giancristiano Desiderio presentava sul Foglio il suo libro “L’individualismo statalista. La vera religione degli italiani”.

“L’italiano reclama lo Stato. Ed è allo stato, come se fosse Dio in terra, che vanno fatti i tutti i reclami. Lo Stato che ritarda e non sa guardare, che tollera, che premia e che diviene il colpevole di tutto e da cui aspettarsi tutto.”

Effettivamente oggi lo Stato stipendia chi non lavora o non può lavorare, con la promessa di un lavoro che non sa trovare. Lo Stato è Burocrazia. Dallo Stato dipende tutto: infrastrutture, finanza, lavoro e contratti, relazioni con l’estero.

Tutti sappiamo che lo Stato italiano è povero: vive di prestiti per prestarli alla economia, ma tutte le categorie produttive avanzano richieste per le perdite economiche subite. Il loro sostegno ha la natura della sussidiarietà sociale.

Lo Statalismo non lo si vince anteponendo uno sfrenato liberismo.

Lo Stato invasore se fa i conti con la libertà imprenditoriale e con i corpi intermedi trova limiti e correttivi per il bene comune.

La Sussidiarietà misura l’intelligenza di chi guida lo Stato: infatti sono le libere aggregazioni presenti sul territorio che sanno come gestire trasformazioni economiche, avviare imprese, sostenere l’assistenza e la sanità, interpretare il territorio con un dialogo incessante.

Con la Sussidiarietà letta correttamente non vi sono conflitti di interesse, si sviluppa la partecipazione della gente e si misura l’impatto sociale e la creatività imprenditoriale.

La Sostenibilità, per lo Stato e per la Sussidiarietà, rappresenta una rotta per realizzare un umanesimo alla portata di ogni persona. Indica un fare che genera un valore che permane nel tempo. E’ una istanza “social economy” e contemporaneamente un volano per le partnership.

Dice Pamela Matson, una degli autori di “Imperativo sostenibilità” (pag.10) “la sostenibilità è la nostra capacità di prosperare nel presente e nel futuro. (…) Una idea antica. Per secoli le società umane hanno riconosciuto l’importanza di non esigere dall’ambiente più di quello che esso è in grado di fornire”

E’ realizzabile  una forte alleanza tra sussidiarietà e sostenibilità.

Il prof. Alberto Brugnoli sul testo del Rapporto “ Sussidiarietà e…PMI per lo sviluppo sostenibile” si chiede: “Può affermarsi uno sviluppo realmente sostenibile davanti alla messa in discussione dei valori elementari della convivenza? Sono le grandi trasformazioni in atto a livello planetario a costruire la più grande minaccia – ma anche la più importante opportunità! – alla realizzazione dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, finalizzata a uno sviluppo economico che sia rispettoso ovunque delle generazioni presenti e future e dell’ambiente.”.

L’alleanza tra Sostenibilità e Sussidiarietà è ben visibile per il loro stretto legame nel territorio, nella consapevolezza del significato del lavoro, nel coraggio imprenditoriale e di azioni solidali, nel rischio di impresa, nel  rispetto tra le generazioni che spesso coabitano la stessa esperienza.

E Brugnoli conclude: “Il Rapporto suggerisce di riconsiderare i modelli di business più tradizionali, in vista di processi più sostenibili fin dall’origine delle strategie imprenditoriali, e individua nella cultura sussidiaria la condizione fondamentale perché ciò avvenga. Partecipazione adeguata di tutti gli attori della società, collaborazione, perseguimento delle migliori strategie di governo e di governance alle differenti scale territoriali sono dimensioni fondamentali per la sostenibilità. Non vi sarà quindi sviluppo sostenibile senza sussidiarietà.”. 

 Non si può negare che lo Stato è entrato in modo forte nella sostenibilità soprattutto attraverso le regole. Dalla entrata in vigore della DNF (D. Lgs. 254/2016, art.3) alla attenzione all’ambiente molto citato nelle Finanziarie. C’è sensibilità positiva per la produzione naturale o BIO, una stima non molto sostenuta economicamente per l’Economia Circolare, e nella Finanza Verde.

C’è anche molta fantasia nei nostri governanti: dare contributi a chi acquista un auto elettrica è un po’ un pretestuoso avanguardismo. C’è un parco di mezzi obsoleti fatto da circa 10 milioni di auto, che ben possono essere sostituite dalle meno inquinanti auto ibride o normate EURO 6. Per alcuni anni, almeno un quinquennio, il nostro povero paese potrà migliorare anche con prodotti imperfetti.

La novità dei monopattini va pensata maggiormente, lo dicono un po’ tutti!

Così come va fatta una riflessione più forte sul territorio, le infrastrutture e il degrado di ambienti in tante città, scuole e spazi con costruzioni abbandonate.

In alcuni di questi settori i compiti potrebbero essere assegnati al Terzo Settore e al mondo della Sussidiarietà che avrebbe il senso del territorio e delle opportunità per ogni struttura o ambiente.

Così come il completamento della Riforma del Terzo Settore lo si aspetta in Agenda di Governo e le esperienze di sussidiarietà presenti nel paese, che sono il limpido esempio di libertà creatrice, attendono attenzione e sostegno perché appartengono al cuore delle persone.

Quando si auspica un equilibrio nel guardare e nell’agire si fa del bene, perché si sottolinea il grande principio della precauzione, cui aggiungo le parole utilità ed efficacia.

Quando si immagina la realtà è difficile capire il senso dell’impatto: il realismo, che è la strada della ragione, se perde la categoria della possibilità è nel pantano delle idee e non riconosce più sostenibilità e sussidiarietà.

Bruno Calchera
Direttore

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