Uno studio pubblicato da un importante centro di ricerca britannico, Vivid Economics, valuta che i provvedimenti assunti dall’Italia in risposta alla crisi generata dall’epidemia abbiano avuto nel complesso un impatto negativo sull’ambiente.[1] Nella graduatoria dei 17 paesi considerati dal Green Stimulus Index (GSI) di Vivid Economics il nostro paese si colloca al settimo posto (si veda il Grafico 1). Meglio dell’Italia fanno i principali paesi europei (Francia, UK, Germania e Spagna), la Corea del Sud e il Giappone; si collocano invece peggio dell’Italia tutti i paesi emergenti considerati ed alcuni avanzati (USA, Australia e Canada).

Il GSI è un indicatore sintetico che valuta l’orientamento verde dei programmi di rilancio adottati da diversi governi, considerando:

  1. l’ammontare delle risorse stanziate per i settori ad elevato impatto ambientale (agricoltura, industria, energia, rifiuti e trasporti). I settori sono classificati come ad alto impatto ambientale in base ad una definizione ampia che include il cambiamento climatico, la biodiversità e l’inquinamento locale;
  2. l’impatto ecologico degli interventi varati a favore di tali settori. È importante notare che tale impatto è fortemente influenzato dal grado di sostenibilità di questi settori antecedente alla diffusione del virus: un identico sussidio erogato a un dato settore in diversi paesi ha un impatto ambientale più negativo nel paese in cui quel settore ha una situazione iniziale peggiore. [2]

Il punteggio conseguito dall’Italia è riportato nel Grafico 1, il quale mostra i valori assunti dall’indice in 17 economie che hanno emanato piani di stimolo per complessivi 11,6 trilioni di dollari, il 30% dei quali sono affluiti a settori ad elevato impatto ambientale.[3]

L’Italia registra una performance sostanzialmente negativa nell’indice GSI, ottenendo un punteggio di poco superiore a -20 in una scala che va da -100 come punteggio minimo a +100 come punteggio massimo. Però, come si è detto, la performance italiana è migliore di quella osservata nella maggior parte dei paesi per cui l’indice viene misurato, pur se risulta peggiore rispetto a quella rilevata da poche altre economie.

Perché l’Italia registra un GSI negativo?

Le ragioni che giustificano il punteggio negativo conseguito dall’Italia sono essenzialmente due. Da un lato, secondo il rapporto di Vivid Economics, prima dello scoppio della pandemia il grado di sostenibilità dei settori ad elevato impatto ambientale era in Italia non particolarmente elevato; dall’altro, i decreti emanati dal governo nell’arco degli ultimi mesi hanno introdotto solo limitate misure a sostegno della causa ambientale.[4]

L’unico intervento adottato che ha comportato un incremento dell’indice GSI è stato il Superbonus 110% contenuto nel Decreto Rilancio, il cui effetto positivo per l’ambiente è dato dall’incentivo che offre alla realizzazione di opere di efficientamento energetico, di installazione di impianti fotovoltaici e di costruzione delle infrastrutture necessarie per la ricarica di veicoli elettrici.

Diversi provvedimenti varati dal governo italiano hanno invece influito negativamente sulla performance ambientale del paese. Tra questi, particolarmente rilevanti sono stati i finanziamenti erogati a favore di diverse imprese attive nel settore dei trasporti, come i 3,3 miliardi messi a bilancio per la compagnia di bandiera Alitalia o la garanzia Sace sul prestito da 6,3 miliardi concesso da Intesa Sanpaolo a FCA. A questi interventi è in larga parte attribuibile la responsabilità del punteggio negativo registrato dall’Italia nell’indice GSI, in quanto nessuna delle sovvenzioni appena richiamate ha previsto in capo ai riceventi il rispetto di una qualche forma di condizionalità verde. Su questo fronte, un paese che ha agito diversamente è stato la Francia, il paese che ha ottenuto il punteggio più elevato tra quelli per cui l’indice è stato calcolato. A fronte dei 7,7 miliardi elargiti ad Air France infatti, il governo francese ha imposto alla compagnia area il soddisfacimento di stringenti vincoli ambientali, che vanno da una riduzione del 50% delle emissioni entro il 2030 ad un impiego crescente di carburante derivante da fonti rinnovabili. Analoghe condizionalità sono state chieste dal governo francese anche nei confronti della casa automobilistica Renault, la quale ha beneficiato di aiuti statali per una cifra prossima ai 5,5 miliardi.[5]

di Giampaolo Galli e Giorgio Musso

Continua la lettura su osservatoriocpi.unicatt.it del 15 settembre 2020

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