«Io mi arrabbio con chi dice che ci saranno licenziamenti in massa. Noi siamo stati i più colpiti e oggi licenziamenti in massa a Brescia, dove ci sono 1.350 imprese, non ne vedo: siamo stati resilienti. Ma attenzione, se non vogliamo creare tensioni sociali, non possiamo dire questa cosa».
Giuseppe Pasini, numero uno dell’Associazione Industriale Bresciana, cerca di stemperare gli animi dell’autunno caldo italiano dal palco del Family Business Festival a Torino.

Presidente, le sue sono parole coraggiose.
«L’autunno è sicuramente caldo perché i tavoli come quelli sul contratto metalmeccanico si sono interrotti. Maurizio Landini invoca lo sciopero, ma forse — in questo momento, con le manifestazioni avvenute a Napoli, Roma e Torino — far scendere le persone in strada non è il momento adatto».

Le è stato recapitato un pacco bomba. Anche il suo collega Marco Bonometti, leader di Confindustria Lombardia, è stato minacciato.
«Vero, però non credo che in questo Paese ci sia un clima anti-imprese. Ho ricevuto minacce e rivendicazioni, ma sono schegge impazzite. Sono tranquillo, sono sotto scorta. Non mi faccio intimorire».

Tra proteste e imprese in difficoltà, cosa vede?
«Vedo la situazione che c’è nel Bresciano: siamo la capitale italiana ed europea della meccanica, siamo dentro una filiera internazionale, quindi abbiamo il polso della situazione. Qua abbiamo aziende molto resilienti, ben patrimonializzate e adesso servono stabilità e garanzia finanziaria. Le nostre imprese non hanno aperto stati di crisi per cui questa massa di esuberi non la vedo e mi sembra che anche altre città non stiano così male. Ecco perché dico che in una situazione del genere forse stemperare gli animi è una buona cosa».

A Brescia durante il lockdown avete concertato con sindacati, pubblico e privato. E vi siete fatti trovare pronti per la Fase 2 in sicurezza.
«È corretto. Siamo una provincia con una imprenditoria e una forza lavoro vivaci e istituzioni che ci sanno fare: questa sinergia ha funzionato».

I numeri dell’Inps non lasciano scampo: stipendi decurtati di 300 euro, rispetto al luglio dell’anno scorso si contano 78omia contratti in meno.
«Parlo di Brescia, che conosco: nel primo trimestre assunzioni a -15%, nel secondo a -45%, ma è ovvio con un lockdown che dura mesi. È dura, però dobbiamo tenere dal punto di vista dell’occupazione, non puoi chiedere di assumere se non hai bisogno in un momento del genere, ma mantenere i posti di lavoro significa solidità sociale. E questo dalle aziende di Brescia è stato fatto».

Brescia può insegnare al Paese a uscire dal guado?
«È una città che è cresciuta negli ultimi anni, ha investito sull’innovazione, sulla capacità intellettuale delle persone e sull’estero entrando in filiere internazionali. Ed è un grande distretto, per cui possiede l’effetto trascinamento, la grande azienda aiuta la piccola. Nel 2019 abbiamo esportato più di 17 miliardi di euro e importato per 9, con ima bilancia dunque positiva per 6».

Se necessario, serve un altro lockdown?
«Sono solidale con le altre categorie, ovvio che dietro la ristorazione ci sta tanto indotto, e lo Stato di fronte alla loro chiusura non deve rimanere inerme. Ma in questo momento se non facciamo nulla il rischio è chiudere le imprese come a primavera. Meglio fare sacrifici che andare in una quarantena totale, che essere estromessi dalle filiere creando una situazione da cui non si esce più».

di Andrea Rinaldi

(da Corriere della Sera del 31 ottobre 2020)

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