Il Palazzo Sostenibile

Alessandro Cattaneo, giovane deputato di Forza Italia, già sindaco di Pavia e vicepresidente dell’Associazione nazionale dei comuni italiani, è uno degli animatori del tavolo sulla sostenibilità dell’Intergruppo parlamentare per la sussidiarietà.

Lo incontriamo il 19 febbraio a Montecitorio, al primo seminario sul tema in cui parlamentari di diversi partiti, esperti e rappresentanti della società civile si sono confrontati su analisi e proposte di politiche per uno sviluppo sostenibile. Onorevole, nell’Immaginario collettivo e nell’uso che ne fanno I media e molti politici, “sostenibile” è diventato sinonimo di ambientale. Lei concorda con questa interpretazione a nostro parere riduttiva?
«La trovo un’Interpretazione riduttiva e che banalizza in fondo il significato reale del termine “sostenibile” che per me non indica semplicemente azioni che l’ambiente può sopportare ma un’insieme di decisioni e scelte che rispettano determinati parametri e indicatori delle società civile quindi rispettose degli equilibri sociali ed ecologici preesistenti».

La politica globale ha dedicato a questo tema L’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, un ambizioso programma che individua 17 obiettivi da raggiungere nel prossimo decennio. In certi passaggi, soprattutto sul cambiamento climatico ha toni apocalittici, ma l’idea di fondo, di una considerazione integrale e non settoriale delle sfide che la politica ha di fronte a sé è condivisibile. Non le sembra invece che a livello nazionale si intervenga ancora con singoli provvedimenti (es. plastic tax, stop alle auto…) determinati dal contingente, da un calcolo sul consenso piuttosto che da una visione di insieme?
«Purtroppo l’Italia è fanalino di coda in Europa in termini di sviluppo sostenibile e attenzione alle tematiche ambientali, se ne sente un gran parlare ma di atti concreti se ne vedono assai pochi perché non solo si agisce per singoli provvedimenti e con azioni isolate che hanno un impatto ridotto sulle sfide che siamo portati ad affrontare a livello globale ma manca una vera e propria cultura sociale applicata alla sostenibilità e politiche mirate, che se attuate con coraggio nel solco di una visione di medio-lungo periodo porterebbero risultati inaspettati e importanti. Fin quando questi temi saranno affrontati per fini elettorali e non per scopi sociali non muterà il futuro che lasciamo ai nostri figli».

Che cosa possono fare in merito i parlamenti nazionali, quello italiano in particolare? Nel nostro paese c’è dal 2017 una “Strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile”, una Commissione nazionale per lo sviluppo sostenibile istituita nel marzo 2018 che non si è mai riunita, una Cabina di regia “Benessere Italia”, un’indagine conoscitiva proposta dalla commissione Esteri della Camera. Lei è tra i promotori del tavolo di lavoro sulla sostenibilità dell’Intergruppo parlamentare per la Sussidiarietà. Quale può essere il vostro contributo originale e, mi permetta, di concretezza a tutto questo gran parlare di sostenibilità?
«Il concetto dal quale partire è semplice: sostenibilità fa rima con sussidiarietà nel senso che è impossibile parlare di sviluppo sostenibile e vederlo applicato alla produzione industriale se non si concilia una piena e completa cultura sussidiaria che crei le condizioni adeguate per una partecipazione e una collaborazione adeguata di tutti gli attori della società civile e non, e per il perseguimento delle migliori strategie di governo e di governance. Non c’è quindi sviluppo sostenibile senza sussidiarietà e io mi sto impegnando moltissimo per riuscire a trasformare in atti concreti una nuova cultura sociale e imprenditoriale nel solco di una partnership pubblico-privato che è fondamentale al raggiungimento di questo obiettivo».

Prendiamo il primo dei 17 obiettivi che l’Agenda 2030 pone: “porre fine a ogni forma di povertà nel mondo?” Scusi il tono polemico, ma in Italia non l’avevamo già abolita? O forse la strada intrapresa non è quella più sostenibile? Quali sono le sue proposte in merito?
«La povertà non si abolisce con uno slogan urlato da un balcone o con provvedimenti assistenzialisti come il reddito di cittadinanza. La povertà si abolisce intervenendo su un insieme di fattori che compongono quello che ancora possiamo definire il nostro sistema-Paese: combattere il degrado urbano, politiche di welfare attive e non passive, opportunità di studio e crescita professionale concrete e ben finanziate, rilancio dei consumi e degli investimenti con un ingente shock fiscale (Flat Tax), e così via. La povertà si abbatte creando condizioni di lavoro e non di sussistenza, opportunità e non mancette elettorali. Dignità e speranza, queste le parole chiave di uno Stato che vuole essere amico del cittadino».

Un’ultima questione. Un vero sviluppo sostenibile deve essere appunto sviluppo, e lo sviluppo ha sempre a che fare con la ricerca, l’innovazione e la tecnologia, comporta significativi investimenti e coinvolge inevitabilmente le imprese, le vere protagoniste dello sviluppo e della creazione di lavoro, imprese che da una parte sono pienamente consapevoli che alla sostenibilità è legato il loro futuro, dall’altra vedono ricadere su di sé nuovi adempimenti, nuovi protocolli. Chi paga i costi di una crescita sostenibile?
«Purtroppo oggi in Italia i costi di una crescita sostenibile li pagano le aziende per livelli di burocrazia insostenibili che fanno passare la voglia di investire in ricerca e nuove tecnologie. È quanto di più sbagliato si possa fare. Le imprese sono la spina dorsale della nostra economia (ricordiamolo che si fonda sull’export e turismo in particolare), sono le vere protagoniste non solo dello sviluppo e della creazione di lavoro ma del Paese che cresce e guarda al futuro. Stare al passo con i tempi significa puntare sulla nostra filiera produttiva con incentivi fiscali, agevolazioni e semplificazione burocratica che permettano di superare protocolli e scartoffie e concentrare risorse e tempo prezioso sulla ricerca e l’innovazione. Ma ripeto, questo può farlo solo un governo che guarda al futuro e non a stretto giro per tenere, quel tanto che basta, la poltrona».

di Ubaldo Casotto

(da CSRoggi Magazine, anno 5, n.1, Febbraio/Marzo 2020, pag. 24)

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