Nelle pmi, le persone sono l’Esg, afferma Roberto Del Giudice di FII

La sensibilità ai temi ambientali e sociali è molto alta nelle Pmi italiane, ma lo sviluppo delle tematiche Esg è ancora poco, o per nulla, strutturato e diffuso. Un elemento strategico per gli investitori sembra però emergere con più importanza rispetto a tutti gli altri: la qualità delle risorse umane. ETicaNews ha intervistato Roberto Del Giudice, responsabile comunicazione, investor relations e Csr di Fondo Italiano d’Investimento, per indagare sulle dinamiche Esg nel settore del private equity.

Quali sono gli aspetti Esg maggiormente considerati dal private equity?

Senza dubbio, sia per quanto riguarda Fondo Italiano d’Investimento sia per il settore del private equity in generale, il primo tema che viene affrontato in ambito Esg è quello ambientale. Investiamo in aziende non quotate, spesso medie o piccole, il cui livello organizzativo è familiare e non managerializzato. L’analisi degli aspetti ambientali, soprattutto per le aziende manifatturiere, è un’attività che i fondi di private equity hanno sempre effettuato, anche indipendentemente dallo sviluppo delle tematiche Esg, perché le criticità relative all’impatto sull’ambiente che non vengono affrontate in fase di due diligence possono portare, ovviamente, a perdite di valore dell’investimento. Dal punto di vista dei criteri sociali, invece, gli aspetti più rilevanti riguardano sicuramente la gestione delle risorse umane. Nella maggior parte dei casi non parliamo di multinazionali che producono in Paesi in via di sviluppo, la tematica principale riguarda la correttezza dei rapporti di lavoro, un aspetto da analizzare nella fase di due diligence e monitorare nel tempo. È un aspetto molto rilevante, soprattutto per il nostro fondo focalizzato sul venture capital, che investe in aziende giovani dove il tema delle tutele contrattuali è spesso critico e centrale. Il tema governance è forse quello più debole, per via delle caratteristiche delle aziende in cui andiamo a investire, in cui non esistono, come detto, processi di governance strutturati e codificati. In questo ambito il nostro lavoro non è tanto focalizzato sull’analisi preventiva, ma gli elementi analizzati in fase due diligence servono per lo più a individuare punti di debolezza sui quali lavorare durante la partecipazione di medio termine. Se non riscontriamo criticità gravi, difficilmente gli aspetti legati alla governance posso portare ad un deal breaker. Il nostro lavoro si sostanzia, nella fase successiva, sul portare ordine nei meccanismi di gestione dell’azienda, definendo processi decisionali chiari, progressioni di carriera, introducendo consiglieri indipendenti e, dove possibile, migliorando la diversità. Tutti elementi che fanno parte delle leve che utilizziamo per creare valore, implementando anche aspetti formali che sono spesso trascurati. Si crea valore non soltanto aumentando i numeri, ma anche migliorando la qualità dell’azienda.

Come si sostanzia il processo di analisi Esg? Esistono standard di valutazione? Vengono utilizzati rating Esg o advisor terzi?

Le valutazioni che facciamo non sono standardizzate, tendenzialmente utilizziamo metodologie flessibili, ma stiamo lavorando per individuare i processi e le metodologie più adatte. Normalmente non vengono utilizzati rating Esg terzi per la selezione degli investimenti, è una prassi poco diffusa nel private equity, anche per quanto riguarda i rating tradizionali, ovvero quelli mirati a valutare l’affidabilità finanziaria dell’azienda. Quello dell’Esg, inoltre, è un aspetto introdotto abbastanza recentemente. Fondo Italiano d’Investimento ha aderito ai Pri a settembre dello scorso anno. Per quanto riguarda gli advisor, invece, qualcosa si sta muovendo. Quello che sta accadendo più frequentemente è che advisor nati con un approccio di analisi ambientale, cominciano ad occuparsi di analisi Esg, utilizzando le competenze legate alla due diligence ambientale per allargarle agli aspetti social e governance. Una tendenza che riguarda tanto la domanda quanto l’offerta: sia gli advisor che si evolvono sulle tematiche Esg, sia i fondi che adottano con più facilità un approccio di questo tipo. Nella nostra policy abbiamo previsto che ogni information memorandum, il documento presentato nei vari comitati e organi per deliberare l’investimento, deve avere un capitolo dedicato agli aspetti Esg. In una fase iniziale l’analisi viene svolta internamente, ma l’obiettivo è coinvolgere sempre più spesso advisor specializzati.

Che impressione ha della conoscenza Esg da parte del management?

Dipende molto dalla tipologia di azienda. Nell’impresa tradizionale, de-strutturata dal punto di vista manageriale, il livello di conoscenza è abbastanza limitato. La maggior parte delle aziende non quotate italiane è di piccola dimensione, il gruppo dirigenziale, che molto spesso è familiare, non ha una conoscenza di dettaglio dei principi dell’Esg. L’aspetto interessante è che, in realtà, a essere scarsa è soltanto la conoscenza formale, istituzionalizzata, di queste tematiche. Generalmente il management ha perfettamente chiaro quali sono i presidi ambientali, sociali e di governance, e le criticità da tenere sotto controllo. Sono aziende con una sensibilità altissima verso la creazione di valore sul territorio, al tema occupazionale e allo sviluppo sociale. Non lo riconducono però al concetto di Esg. È un problema di codifica del tema, ed è anche la difficoltà principale che impedisce di utilizzare standard e metriche di valutazione.

Secondo lei c’è stato, negli ultimi anni, qualche passo in avanti in questo senso? Strutturare e istituzionalizzare l’Esg per andare incontro a un mercato che si sta evolvendo.

Non ancora. In realtà, la mia sensazione è che la percezione del mercato sia ancora lontana per le aziende non quotate. Chi in prima istanza chiede un’attenzione maggiore agli Esg sono gli investitori, che si rivolgono a noi. Noi siamo convinti che integrare gli aspetti non finanziari serva per creare valore, quindi ci aggiungiamo un pezzo, una nostra responsabilità Esg. Resta però difficile far percepire alle aziende che questo pacchetto crea valore in quanto tale, bisogna lavorare sulle singole tematiche.

L’Integrated Governance Index 2019 avrà un’area straordinaria di indagine sulle risorse umane. Quanto incide per voi il capitale umano nella valutazione di un’azienda?

Tantissimo. Siamo investitori di lungo periodo, quindi per noi l’elemento umano, in particolare il management, è fondamentale. Investiamo in “quelle persone” prima che in “quell’azienda”. Puoi comprare l’azienda migliore del mondo, ma se la spogli delle persone che l’hanno resa tale, e ne metti altre, sicuramente non potrà andare bene. Non per niente c’è una vecchissima battuta nel private equity: “quali sono i cinque elementi principali per valutare l’azienda? Il management, il management, il management, il management, il management”. Anche in questo caso, per le aziende in cui investiamo di solito, la valutazione di questo aspetto non è standardizzata, ma le persone devono avere determinate caratteristiche. Noi diventiamo soci di persone che non conosciamo, che molto spesso sono sia azionisti sia manager dell’azienda, e la capacità di queste persone di portare avanti un progetto di crescita è fondamentale per l’investimento.

E quanto incide la gestione delle risorse umane?

Qui, non essendo dei manager, lasciamo più discrezionalità a chi gestisce l’azienda. Chiaramente, portando avanti un progetto di crescita finalizzato ad un obiettivo, quanto più questo progetto è permeato nelle persone dell’azienda meglio è per noi. Dobbiamo cercare di coinvolgere tutto il personale e allinearlo ai nostri obiettivi, anche utilizzando schemi di incentivazione. Spesso però, nelle aziende piccole e poco strutturate, esistono equilibri nella gestione delle risorse umane che non vanno toccati. Il rischio è quello di inceppare una macchina che, pur non essendo la migliore del mondo, funziona perfettamente.

Qual è il ruolo dell’Hr nella corretta gestione dei fattori (e dei rischi) ambientali, sociali e di governance?

È importantissimo. Proprio oggi abbiamo lavorato ad una lettera destinata a tutti i dipendenti di un’azienda in cui abbiamo appena investito. È la prima volta che siamo così coinvolti nella comunicazione, ed è un segnale chiaro dell’aumento di trasparenza e sensibilità. Spiegare a tutti i dipendenti chi siamo, cosa facciamo, qual è il nostro obiettivo, è un processo che sta cominciando ad assumere un valore importante, trascurato in passato. In questo modo si migliora il clima, la probabilità di successo dell’operazione, si migliorano gli aspetti reputazionali dell’azienda che partono dall’interno, in primis dal benessere dei lavoratori. Nelle aziende familiari è senz’altro uno degli elementi più importanti da gestire e su cui lavorare. L’aspetto ambientale è invece, ormai, quasi meccanico. Come detto, non parliamo di multinazionali, ma di aziende piccole o medie, e l’attenzione agli aspetti ambientali si realizza rispettando tutte le normative e gli obblighi di legge. Sono convinto invece che il tema delle risorse umane sia quello su cui bisognerà lavorare di più nel futuro, perché in queste aziende le persone sono l’aspetto fondamentale. Non si può implementare una strategia Esg se tutte le persone che compongono l’azienda non sono coinvolte e responsabilizzate. È da loro che parte la sensibilità alle tematiche Esg, più dal basso che dall’alto.

di Fabio Fiorucci

(da EticaNewsletter del 13 febbraio 2019)

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