«Garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo». Che in altre parole significa: aziende virtuose, cittadini responsabili e un’Italia green, inclusiva e coesa a livello sodale. Il Goal 12 dell’Agenda 2030 dell’Onu è una sfida su più fronti per il nostro Paese. Se è vero che in termini di sviluppo di un’economia circolare al 100 per cento non siamo ancora a livello dei Paesi del nord Europa, è anche vero che leggendo l’analisi di Asvis sull’obiettivo l2 viene da tirare il fiato: il primo dato che balza all’occhio è positivo. In Italia negli ultimi 5 anni si sono affermati modelli di produzione e consumo più responsabili e la sensibilità dei nostri connazionali rispetto al tema degli sprechi è aumentata in modo esponenziale. Ma veniamo al numeri.

Rispetto all’obiettivo numero 12, si legge nel report, «si evidenzia un significativo miglioramento tra il 2010 e il 2016». E le ragioni sono diverse. In primo luogo diminuisce il consumo complessivo di materia, dall’alimentare al vestiario, e in secondo aumenta la percentuale di raccolti riciclata che passa dal 36,7 per cento del 2010 al 47,7 del 2016, anche se va detto che cresce la mole di rifiuti urbani prodotti. «C’è molto da fare -spiega Luca Raffaele, coordinatore del Goal 12 per Asvis- ma i passi avanti sono senza precedenti. Crescono le risorse rinnovabili, assistiamo a una riduzione del consumo pro capite e delle famiglie. C’è un cambiamento anche nel rapporto tra consumatori, prodotti e rifiuti». Non è un caso quindi se tra il 2004 e il 2016 la percentuale di raccolta differenziata sia cresciuta di oltre 30 punti percentuali, passando dal 22,7 per cento al 52,5. Con picchi di eccellenza al Nord. Le regioni che registrano i livelli più alti sono la Lombardia e il Trentino-Alto Adige grazie a un tasso di riciclo del rifiuti urbani nettamente superiore alla media nazionale.

Non si tratta però di un balzo spiegabile con la sola presa di coscienza del cittadini che dal basso spingono verso sistemi produttivi più sostenibili. Molto si deve allo sviluppo dì una nuova etica della sostenibilità sia da parte delle amministrazioni locali che delle aziende. «Gli imprenditori – spiega Raffaele – si sono resi conto chela sostenibilità ha un valore e non solo a livello di immagine o di marketing. Sempre più organizzazioni fanno una rendicontazione integrata che non tiene conto solo dell’aspetto finanziario ma anche di quello ambientale e sociale. Dovrebbero farlo tutte e concentrarsi anche sull’ultimo aspetto. Su questo punto, va detto, slamo carenti». Se ormai le aziende stanno diventando sempre più green, attente ad inquinamento e emissioni, ancora arrancano quando si tratta di valutare l’aspetto sociale. Che include la partecipazione dei lavoratori alle attività d’impresa, la qualità del lavoro o il benessere del dipendenti dentro e fuori l’ufficio. Occorrerebbe quindi, secondo Raffaele, riportare l’attenzione al fattore uomo. Certo in questo processo resta cruciale il problema della taglia delle aziende, spesso troppo piccole per sopportare da sole la rivoluzione di un modello produttivo o della gestione del personale.

«Siamo un paese di piccole e medie imprese – aggiunge Raffaele – certe innovazioni hanno bisogno di investimenti importanti e la verità è che non tutti possono permetterseli. Ecco perché come Asvis cerchiamo di favorire la nascita di reti informali e formali tra aziende ed enti del Terzo settore. Insomma piccolo è bello ma stare uniti è meglio».

Per agevolare questo processo di transizione verso un modello di società interamente sostenibile occorrerebbero però norme che incentivano le buone pratiche, «In questo senso-ammette Raffaele- siamo in una situazione di stallo. Penso, ad esempio, alla proposta di legge sul Commercio Equo Solidale che è ferma da più di un anno. Tanto che per suggerire nuovi interventi presenteremo a giugno un position paper per il Goal 12 per suggerire le aree su cui è urgente lavorare». Un fronte su cui la strada è ancora in salita, ad esempio, è quello finanziario, fondamentale per aiutare la crescita dell’economia circolare. Secondo dati Morningstar, nel 2017 in Europa sono stati lanciati 154 fondi e 12 EtfSri (fondi socialmente responsabili) di cui appena 23 sul mercato italiano.

«La finanza sostenibile -commenta Raffaele – è poco conosciuta dai correntisti. Molto in questo senso possono fare le banche che stanno iniziando solo negli ultimi anni a propone investimenti green o legati al sociale». Anche per questo Asvis ha sottolineato la necessità di promuovere una maggior formazione del consulenti finanziari in modo che siano in grado di fornire informazioni corrette e complete ai clienti e di considerare le toro preferenze in materia di sostenibilità nell’attività di consulenza. Anche perché ai clienti interessa sempre più orientare i propri investimenti in prodotti e servizi a impatto sociale. Come emerso da un’Indagine del 2017 del Forum per la Finanza Sostenibile con Doxa. Tra i più apprezzati i Social Bond, i Social Lending e i Titoli di solidarietà. «E poi il tema degli investimenti si collega sia alle piccole e medie imprese virtuose che alle star-tup. Ce ne sono migliaia a vocazione sodale che con poco fanno meraviglie e che potrebbero dare un’accelerata a questa lenta rivoluzione sostenibile del consumi», conclude Raffaele.

di Daria Cavalcoli

(da BuoneNotizie – L’impresa del bene – Corriere della Sera del 30 aprile 2019)

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