L’intelligenza della plastica

«Chi utilizza la plastica ormai appare come un demonio: il vero problema, però, non è la plastica in quanto tale, ma il gesto di un maleducato pronto a disperderla nei siti non autorizzati», racconta Elisabetta Pirani, terza generazione dell’abruzzese Pirsafa, tra i maggiori produttori europei di accessori di plastica per abbigliamento — dai segna taglia ai girocolli per camicie —di casa a Castellano, nel Teramano.

Da un po’ di anni, da queste parti lavorano senza sosta alla ricerca di materie prime certificate per alimenti («Un modo per far capire quanto l’attenzione al green faccia parte del Dna della nostra azienda», aggiunge Pirani), e preferendo l’utilizzo di macchinari a basso impatto energetico. Cose che non sono passate inosservate agli occhi di Conai, il Consorzio nazionale degli imballaggi, pronto a premiare quelle aziende che fanno della prevenzione ecologica il primo passo per il rispetto dell’ambiente. Si chiama, appunto, «Bando prevenzione» l’iniziativa dedicata alle imprese che hanno innovato il proprio packaging in un’ottica di minore impatto ambientale, e la cui sesta edizione — con un monte premi di ben 500 mila euro destinato ai prossimi vincitori, per i quali c’è tempo fino al prossimo 30 giugno per iscriversi — è appena stata annunciata nel «Form online»: www.eco-toolconai.org.

Tra i piccoli particolari individuati dalla giuria del consorzio nell’edizione 2018 del Bando, è balzato agli occhi un passaggio del processo produttivo: «Per i nostri segna taglia, quelle lettere piccoline impresse sulle grucce, abbiamo sostituito la macchina ad inchiostro per iniezione idraulica con una pressa elettrica: in questo modo, siamo riusciti a produrre il 118 per cento di prodotto in più all’ora, con un risparmio di energia che sfiora il 100 per cento (il 97 per cento, per l’esattezza, ndr), ricorda la socia fondatrice, insieme al fratello Ferruccio, di Pirsafa, l’azienda sostenitrice di una «plastica intelligente», certificata e proveniente dal settore degli alimenti.

E la storia si ripete nel Casertano, a Cellole, la patria della mozzarella di Bufala. Lavorata e prodotta, dal 1976, dalla famiglia Cilento, il cui slogan magari potrebbe non far fare salti di gioia al consumatore finale, ma finisce per soddisfare e preservare la qualità del prodotto: «Non amiamo le confezioni troppo grandi, pesanti e vistose: siamo più per la qualità e per un packaging ridotto», sentenzia Damiano Cilento, terza generazione dell’azienda di famiglia. Anche da queste parti aleggia un senso critico costruttivo ed ecologista: «Per un’azienda alimentare come la nostra, non potrà mai esistere un packaging totalmente riciclabile, e per due motivi: assenza di materie prime di questo tipo e tecnologia appropriata». Che cosa fare, allora? «Provare e riprovare. In pratica, il nostro è un lavoro di cesello», ricorda Damiano, la cui ultima confezione per la mozzarella da 125 grammi è stata premiata da Conai grazie alla riduzione della quantità di plastica multistrato dell’imballaggio primario (e parliamo del 15 percento), che ha consentito anche una riduzione dell’imballaggio secondario, migliorando il numero dei pezzi del carico e la performance nel trasporto.

Dalla plastica al vetro, il discorso non cambia. Semmai, ricorda quanto il design si sposi perfettamente con le azioni di prevenzione. Basterebbe prendere in mano la bottiglia dell’olio extra-vergine di oliva dell’azienda Fratelli De Cecco, a cui è andato il super premio per la categoria vetro da parte di Conai. Rivedere la forma della bottiglia da 0,75 litri ha prodotto una riduzione del 13 per cento del peso. Così, il gioco delle percentuali è proseguito anche nell’alloggio delle bottigliette, nel cosiddetto packaging secondario: rappresentato da un cartone ondulato ridotto nelle dimensioni e nel peso del 5 per cento rispetto al cartone precedente.

Peppe Aquaro

(da Corriere Innovazione del 26 aprile 2019)
(foto: staibene.it)

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