L’industria della moda è tra le più inquinanti al mondo, serve un repentino cambio di rotta per preservare gli ecosistemi attraverso una produzione e un consumo responsabili, e garantire i diritti dei lavoratori.

Il modo in cui realizziamo, utilizziamo e ci liberiamo dei nostri abiti è diventato oramai insostenibile. L’industria della moda è considerata la seconda industria più inquinante al mondo. È un’industria globale dal valore di 2,4 mila miliardi di dollari, che impiega circa 50 milioni di persone.

Può sembrare peculiare descrivere la moda come una questione sociale, ma i dati relativi all’impatto ambientale ed umano di questa industria sono più che idonei a qualificarla in tale modo. 

Dei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile numerosi sono quelli che vengono direttamente coinvolti da questa industria, rendendo lampante come sia necessario un immediato cambio di rotta.

Con la delocalizzazione delle industrie inaugurata dall’accordo nordamericano per il libero scambio (Nafta), i grandi marchi di moda hanno iniziato a commissionare la realizzazione delle loro creazioni in paesi dove le paghe e le condizioni di lavoro sono più che modeste, le rappresentanze sindacali inesistenti e sono pressoché assenti norme a tutela dell’ambiente.

Secondo “IndustriAll global union” più del 90% dei lavoratori dell’industria della moda non ha la possibilità di negoziare il proprio salario e le proprie condizioni di lavoro. Dalle indagini condotte dal movimento internazionale Fashion revolution emerge come in Guandong, in Cina, le giovani donne svolgono fino a 150 ore mensili di straordinari, il 60% di loro non ha un contratto ed il 90% non ha accesso alla previdenza sociale. In Bangladesh i lavoratori che realizzano indumenti guadagnano 44 dollari al mese (a fronte di un salario minimo pari a 109 dollari).

Secondo indagini portate avanti da Clean clothes campaign, in Turchia i lavoratori guadagnerebbero tra i 310 e i 390 euro al mese, circa un terzo del salario stimato come dignitoso.

In tutti i distretti tessili in cui vengono subappaltate le produzioni dei marchi internazionali di moda emerge come la stragrande maggioranza degli operai tessili non riesca a guadagnare un salario dignitoso, che è ciò che permette al lavoratore, in una settimana di non più di 48 ore lavorative, di:

  • provvedere ai pasti per sè stesso e la sua famiglia
  • pagare l’affitto
  • pagare le spese mediche, i vestiti, i trasporti e l’istruzione
  • mettere da parte una piccola somma per le spese impreviste.

L’80% dei lavoratori del tessile sono donne fra i 18 ed i 24 anni. Molte di loro sono sottoposte a ripetuti abusi fisici e verbali, lavorano in condizioni non sicure senza alcuna assistenza sanitaria e con salari bassissimi.

 

L’acqua è un elemento necessario per l’industria della moda, in quanto tutte le sue fasi necessitano del suo utilizzo, dalla piantagione del cotone ai trattamenti dei materiali fino ai vari lavaggi degli indumenti a casa.

Solo per la realizzazione di una t-shirt servono 700 litri d’acqua. La quantità di acqua necessaria alla produzione di un paio di jeans, invece, è equivalente al fabbisogno di acqua per 100 giorni di vita di una persona che vive in occidente e di un anno di una persona che vive nel sud Sahara.

Un altro enorme danno ecologico collegato alle risorse idriche riguarda lo smaltimento di tutte le sostanze tossiche con cui vengono trattati i capi di abbigliamento. Molte fabbriche, infatti, si liberano delle acque inquinate nelle risorse idriche naturali avvelenando fiumi, mari e acque sotterranee. Il 20% dell’inquinamento delle risorse idriche mondiali dipende dall’industria della moda. La pericolosità di questi scarichi ha effetti negativi sull’uomo, sugli animali e sull’ambiente circostante.

Continua a leggere l’articolo di di Cecilia Frajoli Gualdi, Presidente Dress the change

(da ASviS newsletter del 6 marzo 2020)

 

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