I grandi brand hanno reagito in modo diverso all’emergenza Covid-19, anche in merito alle politiche di inclusione. Digital divide, gender gap e age gap sono alcune delle tematiche emerse in questo periodo e con le quali le aziende si sono confrontate.

Sarà il Diversity Brand Summit, organizzato dalla no profit Diversity di Francesca Vecchioni e dalla società di consulenza strategica Focus Mgmt, che si terrà per la prima volta in formato digitale giovedì 18 giugno, a premiare le imprese più inclusive, emerse dal Diversity Brand Index, il progetto di ricerca per misurare la capacità dei marchi di orientarsi verso una cultura per la diversità e l’inclusione. L’analisi, basata su un campione rappresentativo di 1.043 cittadine e cittadini, ha visto emergere 482 brand, citati dagli intervistati come «maggiormente inclusivi», il +6,4% rispetto all’anno precedente, un buon risultato. Delle 50 aziende più citate, provenienti da tutto il mondo, quelle italiane sono 18, pari al 36% del totale. Ma c’è un altro dato su cui porre l’attenzione: le realtà che hanno investito in diversity&inclusion hanno registrato un incremento del 23% dei ricavi nell’ultimo anno. Un’evidenza rafforzata dal fatto che sei italiani su dieci (il 63% del campione, +12% rispetto al 2018) ha infatti dichiarato di preferire e di acquistare brand percepiti come inclusivi.

È cresciuto poi, fino al 56%, l’impegno delle aziende verso l’esterno (+ 8 96 rispetto al 2018). Nel 2019 i brand si sono concentrati soprattutto sulla personalizzazione della customer experience (+7% rispetto all’anno passato), anche in ottica di diversity, con shopping experience evolute e soluzioni digitali sempre più orientate alla diversità, per trasformare l’inclusione in una soluzione. Un trend che le dinamiche innescate dell’emergenza del coronavirus hanno sicuramente accelerato.

Guardando più da vicino la classifica, Absolut, BNL, Carrefour, Coca-Cola, Danone, Decathlon, Durex, Freeda, Google, Hera, Huawei, Ikea, Jack Daniel’s, Mattel, Netflix, Pastificio Garofalo, Rai, Sorgenia, Tim, Vitasnella, Vodafone sono le 21 aziende selezionate per il posizionamento nel mercato e le iniziative e attività realizzate in Italia nel 2019.

Tra queste si contano: servizi per clienti sordi, supermercati senza barriere che includono persone con disabilità, videogiochi per riflettere sui temi della diversity & inclusion, la prima app che traduce in tempo reale i libri di testo in lingua dei segni. Saranno due i brand premiati per la capacità di lavorare concretamente su diversità e inclusione: un vincitore assoluto e il brand più «efficace» dal punto di vista digitale.

Su cosa si è orientato il Diversity Brand Index per giudicare i diversi partecipanti? Sulle pratiche inclusive, sui temi di genere e identità di genere, etnia, orientamento sessuale e affettivo, età, status socio-economico, credo religioso e (dis)abilità. «In questi ultimi tre anni è aumentata la polarizzazione delle persone nei confronti della diversità. Proprio come le tessere di un domino, ogni azienda è coinvolta da queste dinamiche. Chi ha la visione di queste connessioni e il coraggio di attivarle, inverte il senso della polarizzazione da negativo a positivo», spiega Francesca Vecchioni, presidente di Diversity.

di Irene Consigliere

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(da L’Economia del Corriere della Sera del 15 giugno 2020)

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