L’importante è fare “washing”

L’uomo della strada

 

Greenwashing è una parola di recente introduzione nel linguaggio italiano (!) che si attribuisce a colui che intende, o intenderebbe, darsi una patente di  chi ci tiene a salvare la terra, proteggendo la natura, il verde. Il che, in se stesso, sarebbe una cosa positiva, se fosse vera. Peccato che nell’accezione del linguaggio comune assume una connotazione negativa e tende ad indicare chi vuole costruire una immagine di sé ingannevole: “siamo positivi perché ci preoccupiamo di non variare, in negativo, gli equilibri che il buon Dio ci ha regalato”. Ma si è notato che molti ne parlano, ne parlano, allo scopo di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dagli effetti negativi per l’ambiente dovuti alle proprie attività o ai propri prodotti.

C’è stata un’onda, nel passato recente, per cui tutti facevano “sciacqui”,  parlando di rispetto della natura, di attenzione al verde. Ma poi i risultati che si potevano vedere erano di assoluta modestia.

Adesso si sente molto parlare di “Sostenibilità”. In vari settori di mercato, in (quasi) tutte le occasioni pubbliche, su articoli di giornale e in interviste televisive, c’è un gran sbandierare il fatto che ci si preoccupa di essere “socialmente responsabili”. Si pone mano alla produzione di una volta per attivare processi che permettano risparmi energetici, si pubblicizza molto la possibilità di riciclare, si accenna al fatto che i propri collaboratori vengono accuditi e coccolati “come figli”.

Il creatore della moda usa solo tessuti ecologici, le mense aziendali si avvalgono della consulenza di chef stellati, e quanto alla riduzione delle disuguaglianze .. non ne parliamo neanche.

E poi un accenno alla plastica lo vogliamo fare? Si leggono studi e analisi, si inventano soluzioni miracolose, tutti guardiamo con uno sguardo di comprensione e compassione i nostri mari. Bisogna eliminare la “bestia” che impiega secoli a autodistruggersi.

E adagiando lo sguardo sul lento sciabordio delle onde sulla spiaggia, finiamo di sorseggiare la nostra bibita. E gettiamo la bottiglia (di plastica) in mare.

Scusate se uso un tono un po’ ironico. Ma lo faccio non per criticare chi ci mette (forse) della buona volontà. Parlo così solo perché ho una sacrosanta paura che il troppo parlare mette a posto (un po’) la coscienza ma poi giustifica il fatto di non realizzare.

Va bene fare “washing”, ma oltre ad essere “lavati” fuori è importante essere “puliti” dentro.

di Ugo Canonici

(foto: oneplanet-sustainability.org)

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