Le sarte d’alta moda si riprendono il lavoro

Stienta, alto Polesine, un lembo del Ferrarese metafisico da una patte e, dall’altra, il Rodigino più selvatico, segnato dalle alluvioni e da una povertà antica. La zona industriale è come tante altre e il capannone da dove mi vengono aperti i cancelli espone ancora la vecchia insegna «Capa», cioè Cooperativa Polesana Abbigliamento.

Ma quella ditta non c’è più. O, meglio, è da poco rinata con un altro nome — Centro Moda Polesano — con un nuovo spirito imprenditoriale e, soprattutto è rinata grazie a ventidue donne che hanno deciso di ricomprarsi il posto di lavoro e tutta l’azienda, messa in liquidazione. Donne che, alla spicciolata, mi vengono incontro: hanno cinquanta, ventisei, trentacinque, quarant’anni.

E per capire bene che lavoro fanno basta far raccontare a Claudia Tosi, una di loro, come sfoglia una rivista di lifestyle: «Guardo le foto dei modelli che sono andati in passerella fino a che, zac! riconosco quello che ho fatto io. E allora lo ritaglio e lo metto in una bacheca personale». Perché Claudia e le altre sono cucitrici di raffinato artigianato e realizzano abiti per maison d’alta moda, nazionali e internazionali. Funziona così: lo staff dello stilista invia loro il modello, che poi viene campionato (una specie di prototipo) e, quando approvato, viene composto nelle sue diverse parti, un pezzo alla volta. Claudia è un’abilissima esperta nelle rifiniture: «I fili non si devono vedere e quelli evidenti devono essere semplicemente perfetti», dice.

La «campionista» invece, cioè l’addetta a quel delicato incarico che è il primo campione dell’abito, si chiama Samira, non ha nemmeno trent’anni ed è originaria del Marocco. Sì, Samira è una parte del moderno Made in Italy, anche se in altri posti di lavoro le veniva chiesto di togliere il copricapo religioso nei colloqui. «Vede — afferma Tosi — abbiamo tutte una professionalità molto ricercata e affilata, per cosi dire.

Quando, più di un anno fa, ci hanno comunicato che l’azienda era in gravi difficoltà e che avrebbe chiuso, abbiamo pensato che avremmo potuto ricollocarci altrove. Ma non sarebbe stata la stessa cosa: ognuna di noi sa fare bene un compito ed è nell’insieme che funzioniamo». Ma come fare?

Allora è intervenuta Legacoop, che ha fornito l’assistenza legale e la consulenza, oltre che un supporto economico sotto forma di un fondo mutualistico e l’aiuto per il business pian. Banca Popolare Etica ha messo a disposizione una linea di credito. «Quella del Centro Moda Polesano è la settima operazione di workers buyout accompagnata dalla nostra associazione, a partire dal 2010», commenta Adriano Rizzi, presidente di Legacoop Veneto. E c’è un punto che colgo parlando con loro e osservandole mentre cuciono, tagliano: queste donne hanno creduto nella loro capacità, nella qualità del loro lavoro. E l’idea che qualcuno potesse spegnere questa abilità ha dato loro forza: hanno ricomprato l’azienda non tanto perché dovevano lavorare, quanto (spinte da una fiammata d’orgoglio) per difendere una conoscenza tecnico-artigianale che sta sparendo.

Lisa Magi, 35 anni, conferma: «Il lavoro sartoriale fatto qui è richiesto dai marchi di tutto il mondo. Tanto è vero che, riaprendo nel luglio scorso, abbiamo mantenuto quei due grandi clienti internazionali che ci permettono di lavorare con serenità per il momento». Hanno poi assunto altre u persone, ma la decisione di prendere in mano l’azienda, ricominciare da capo, non solo come lavoratrici ma anche come «business women», non è stata facile. «Era la prima volta che ci capitava di fronteggiare una sfida simile e poi molti mariti e compagni erano contrari». Temevano la loro inesperienza, ma non avevano fatto i conti con la determinazione di cui è capace una donna quando le tocchi le competenze che ha coltivato per una vita.

Alessia Dicati, appena 26 anni, era tra quelle in bilico. «Poi però ho accettato perché abbiamo ritrovato la nostra compattezza». Quel glutine che da sempre lega queste compagne, come il filo rosa chiaro che vedo entrando nel laboratorio segretissimo, quel luogo cioè dove si stanno realizzando gli abiti che ammireremo in passerella nell’autunno prossimo.

Scorgo una ragazza nera, treccine e sorriso allegro. È una nigeriana che ha imparato a cucire nei lunghi anni in Italia e adesso è una delle socie. «Se sono felice? Lo sono come se fossi nata una seconda volta».

di Roberta Scorranese

 

(da BuoneNotizie – L’impresa del bene – Corriere della Sera del 2 gennaio 2019)

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