Il punto del Direttore

La riflessione che ha fatto recentemente Edoardo Vigna su “Pianeta 2021” a proposito del libro di Seketu Meheta – “QUESTA TERRA E’ LA NOSTRA TERRA –  Manifesto di un migrante”, Edito da Einaudi a Giugno del 2021 – in questo momento è decisamente importante.
Siamo alla vigilia di COP26 e ci troviamo sempre più in balia del clima impazzito e d’altra parte il fenomeno della povertà in certe parti della terra è davvero preoccupante.
Il volume di Mehta e le riflessioni di Vigna ci portano a conclusioni che sottolineano un legame stretto tra degrado ambientale, con fenomeni imprevedibili di cambiamento del clima, l’avanzare della siccità, scioglimento dei ghiacciai, tornado, conflitti e soprattutto emissioni di gas serra.
“Stati Uniti ed Europa – osserva l’autore del libro – emettono gas serra, i danni li pagano i paesi poveri”.

Da questa interessante intervista emergono alcune parole che stanno al fondo di ogni passaggio per poter immaginare non solo la situazione ma soprattutto il rimedio per cambiare il clima.

Responsabilità
Da una parte i paesi ricchi come gli Stati Uniti soprattutto e l’Europa hanno contribuito all’attuale disastro. Essi hanno il 4% della popolazione della terra ma hanno devastato già dall’800 il pianeta attraverso le emissioni di carbone, nel ‘900 e nel 2000 con quelle di idrocarburi e polveri sottili. Oggi v’è uno scontro: da una parte si guarda alla Cina e all’India che non hanno rinunciato al carbone e si spinge perché abbandonino questa risorsa energetica, ma sono stati loro i primi Stati ad essere invasi dall’occidente. Uno scontro irrisolvibile tra sviluppo e sottosviluppo.
Libia e Arabia Saudita non avevano dato al mondo le proprie risorse del sottosuolo solo un secolo fa, oggi la loro economia sussiste per la presenza di tali contributi della terra.

L’altra faccia della medaglia è l’impoverimento crescente proprio dei paesi a larga produzione petrolifera o di metalli preziosi.
La discussione aperta sul populismo e sugli stranieri non fa mai i conti sui disastri che gli occidentali hanno creato modificando gli equilibri climatici dei territori.
Si pensi ora ai migranti costretti ad andare dove c’è più ricchezza.

Una simile invasione non era nemmeno immaginabile nel secolo diciottesimo. Anzi le popolazioni indigene avevano un sano equilibrio tra risorse e vita comune che non dipendeva affatto dall’occidente, fino a che proprio l’occidente iniziò ad occuparsi di loro.
Una responsabilità mai assunta, un vulnus di cui l’occidente non sa pagare il prezzo.
Un piccolo manuale di Antropologia potrebbe aiutare per indicare il degrado sociale intervenuto in Africa e nelle Americhe e nell’Asia.

Accoglienza
Non si tratta di moralismo. E non si tratta nemmeno di riaffermare che “a casa loro questi popoli possono farcela a vivere” o “i migranti vanno rimpatriati”… a morire ci si chiede?
Siamo consapevoli del degrado del continente che è fortissimo nei paesi più poveri?

L’occidente (tutti – Russia inclusa) di tutte le ideologie, ed oggi anche la Cina, hanno depredato attraverso imposizioni economiche, sociali territori, ambiente, società, costumi, prodotti, risorse idriche e minerarie ovunque, ed ora l’accoglienza tocca sempre a qualcun altro.
In molti luoghi la vita è impossibile. Si intende la vita di una famiglia, quella dei bambini, di vecchi che hanno bisogni essenziali da trarre da una terra che ora non offre più prodotti per vivere.

Il bollettino di guerra però suona anche in occidente.
Il Clima si è scatenato e non è più gestibile.
Una tempesta a Milano e a Roma è capace di paralizzare la vita sociale di tutti. Frane, inondazioni, bombe d’acqua, tempeste e tornado un po’ ovunque bloccano la vita e l’economia.
L’agricoltura fa i conti con perdite immense.
Gli incendi in America del Nord ed i tifoni stanno devastando in ondate successive il territorio senza potervi rimediare.
Gli tsunami in Asia seminano morte e devastazione.

L’accoglienza non è facile ed è un argomento su cui riflettere e che non si risolve con provvedimenti tampone di ogni nazione. Occorre un intervento globale, internazionale da una parte per curare la terra ed il clima con serietà – (ricordiamo con dispiacere mista a rabbia la decisione di Trump di uscire dall’accordo sul clima – Accordo di Parigi 2015 -, annunciato durante il G7 di Taormina e firmato nel Novembre del 2019).

E’ il compito rinnovato di COP26!

Si riparte a Glasgow. Si riparte perché così si muore. Le prossime generazioni non potranno vivere sempre con le risorse del pianeta. Si deve ripartire guardando la propria casa, ma soprattutto la devastazione creata nei territori che hanno subito l’industrializzazione ed il peso dello sviluppo dell’occidente. Innovare e cambiare!

Non basta una conferenza: ma una conferenza se ha poteri può dare una strada. L’egoismo nazionale “America First”, “Prima gli Italiani” serve a poco quando tutto crolla.
“Primum Vivere, Deinde Filosofare”. Sarebbe il motto dei latini.
Prima la vita, poi facciamo dibattiti.

L’Agenda 2030 è una buona rotta. Approfondirla in chiave planetaria con precise responsabilità, compiti e strumenti sociali potrebbe dare un contributo.

Bruno Calchera
Direttore Responsabile


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