Difficile aprire le pagine economiche di un quotidiano, in questi giorni, senza leggere, dopo i commenti sugli impatti del virus Corona, dichiarazioni, impegni, invocazioni di Ceo, investitori, regolatori e studiosi a favore della sostenibilità nel lungo periodo e all’attenzione ai diversi stakeholder come (nuova?) stella polare dell’agire d’impresa, paradigma della buona governance e obiettivo irrinunciabile delle società. Il nuovo Codice di autodisciplina delle quotate, ad esempio, indica il perseguimento del «successo sostenibile» come funzione prioritaria del consiglio di amministrazione. La relazione annuale sul governo societario di Consob evidenzia una crescente rilevanza dei parametri di Esg («Environment, Social, Governance») nelle remunerazioni variabili degli amministratori, in particolare — e non sorprendentemente — tra le società a partecipazione statale.

La «creazione di valore per gli azionisti», pur restando ovviamente centrale, pare oggi dover o voler cedere almeno in parte il passo a una concezione più responsabile, se non altruistica, dell’azienda, anche sulla scorta di spinte socio-politiche e culturali e per esigenze d’immagine delle singole imprese e del capitalismo nel suo complesso.

Nel merito riteniamo desiderabile e meritoria questa evoluzione, almeno quando essa non si riduce a un «greenwashing» di facciata, pur nutrendo qualche dubbio — sul piano strettamente giuridico — sulla concreta capacità di formule generali circa gli obiettivi d’impresa a fornire una guida chiara all’operato degli amministratori e valutarne l’adempimento dei doveri.

Il tipo di leadership

Un’interessante e provocatoria recente analisi empirica di due studiosi (Bayat e Georgen, 2020, disponibile sul sito www.ssrn.com) mette tuttavia l’accento su un aspetto spesso trascurato, soprattutto in Italia e in Europa: la correlazione tra opinioni politiche degli amministratori, e in particolare del capo azienda, e propensione a privilegiare gli interessi degli azionisti rispetto ad altri portatori di interesse come i lavoratori, o comunque istanze sociali e ambientali.

L’ipotesi è che i Ceo più conservatori siano più attenti a compiacere gli investitori in capitale di rischio, e quelli più «liberal» (nel senso anglosassone: rozzamente, più «di sinistra») diano maggiore importanza ad altri, più inclusivi, obiettivi, allocando le risorse dell’ente gestito in modo diverso. Per testare l’ipotesi, lo studio esamina le politiche di dividendo adottate da quasi 750 Ceo di società dell’indice S&P500 nel periodo 1997-2014, posizionando gli amministratori sullo spettro ideologico in relazione ai dati (pubblici) circa le donazioni effettuate al partito Repubblicano o a quello Democratico.

Il risultato, controllando per altre variabili, suggerisce—banalizzando un poco — che se il vertice gerarchico è più conservatore, vi è maggiore probabilità di pagare dividendi e di pagare dividendi più alti. Secondo gli autori si tratta di un elemento di cui gli investitori dovrebbero tener conto nelle loro scelte di portafoglio.

Come tutti questi lavori, anche questo presenta numerose limitazioni di metodo e i risultati vanno interpretati con cautela. Ad esempio, maggiori dividendi non sempre e non necessariamente corrispondono a minore attenzione per i criteri Esg: a questo proposito sarebbe utile integrare l’analisi tenendo conto anche, per quanto possibile, dei risultati riportati dalle dichiarazioni non finanziarie, ove disponibili.

D’altro lato lo studio stesso dimostra che vi è poca propensione, nel tempo, a modificare la politica di dividendi (ad esempio ridurli), per via dell’inerzia e della necessità di non scontentare i soci. Inoltre si deve notare che statisticamente non vi è correlazione tra l’ideologia politica del Ceo e il valore o la performance dell’impresa.

I due fronti

Pur con questi e altri caveat, la provocazione intellettuale merita attenzione perché mette in luce, o almeno chiama a interrogarsi sul substrato ideologico delle diverse teorie in campo: «shareholders value» e «stakeholders value» o, se vogliamo usare un linguaggio più europeo, contrattualismo e istituzionalismo. Nei sistemi a noi più vicini, a differenza che negli Usa, vi è una certa resistenza a guardare con occhiali «politici» le dinamiche del governo societario.

Al contrario, in America il tema è discusso apertamente e oggetto di celebri controversie anche giudiziarie: nel famoso caso «Citizens United v. Federal Election Commission del 2010» — relativo alla possibilità per un’organizzazione conservatrice di sponsorizzare un film critico di Hillary Clinton — la Corte Suprema sancì l’incostituzionalità di limiti alle donazioni e spese a fini politici di società ed enti non-profit, in quanto contrarie alla libertà di parola, riassumibile con la formula per cui le società sono persone e il denaro è parola. Una decisione discussa e discutibile da molti punti di vista, naturalmente, ma di grande impatto, come in parte dimostra la successiva evoluzione della politica americana e l’attuale campagna elettorale.

Crediamo che etichettare i criteri Esg o l’attenzione alla remunerazione degli azionisti come di sinistra o di destra sia sbagliato e semplicistico, ma ignorare le implicazioni sociali e politiche dell’attività di impresa e delle preferenze dei manager può pure essere naif e impoverire la comprensione di certe dinamiche.

Quantomeno, questo spunto ci ricorda come le società sono attori sociali e quindi politici fondamentali e come dietro a concezioni apparentemente asettiche, spesso studiate solo in prospettiva aziendalistica o giuridica, possono esservi legittime ma più elusive inclinazioni ideologiche.

di Piergaetano Marchetti e Marco Vettoruzzo

(da L’Economia del Corriere della Sera del 9 marzo 2020)

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