Dopo un lento avvio nel 2018, il 2019 lo potremmo definire l’anno in cui i criteri ESG (“ambientali, sociali e di governance”) sono diventati non solo importanti ma, per molte vesti, addirittura necessari. E il 2020 ci aspetta al varco, per dare concretezza alle intenzioni.

È necessario considerare i rischi ESG quando si gestiscono gli asset finanziari, talmente necessari che a partire dal 2021 con l’applicazione del Regolamento UE 2019/2088 del 27 novembre 2019 relativo all’Informativa sulla sostenibilità nel settore dei servizi finanziari sarà obbligatorio comunicare ai clienti nei materiali informativi dei prodotti (previdenza, risparmio, investimento) sia i rischi ESG subiti che quelli generati sin dal materiale precontrattuale, affinché il cliente possa scegliere consapevolmente che rischi assumere, ma anche che modello di sviluppo supportare…

È necessario considerare i fattori ESG nel corso delle attività dei Consigli d’Amministrazione, quando si definiscono le strategie, quando si costruiscono i sistemi di controllo, e si sviluppano le politiche gestionali, per perseguire il “successo sostenibile”, che si sostanzia nella creazione di valore nel lungo termine a beneficio degli azionisti, tenendo conto degli interessi degli altri stakeholder rilevanti per la società. Così definisce il Codice di autodisciplina, approvato (in vigore dal 2021) a 20 anni dalla sua prima edizione, con l’obiettivo di sviluppare il tema della sostenibilità dell’attività di impresa.

È necessario rendicontare sui fattori ESG, come previsto dal Regolamento 254/2016, che in questi mesi è in revisione in Commissione Europea per creare le condizioni per appunto costruire informazioni affidabili, tracciabili e comparabili su un universo significativo. Proprio per questo i temi in discussione sono sì estensione del perimetro, certificazione del dato (per tutti i Paesi, non solo per l’Italia), ma soprattutto standardizzazione del dato, fino a pensare all’emanazione di uno standard europeo obbligatorio. Con tutte le criticità per la dimensione multinazionale che questo potrebbe comportare.

Ma a fronte di tutto ciò chi detiene competenze e conoscenze adeguate per affrontare questo cambio di paradigma? Quali investimenti in ricerca, modellistica in primis, sono necessari per tradurre l’intenzione in prassi?

di Marisa Parmigiani
Responsabile della sostenibilità del Gruppo Unipol dal 2010,
Direttrice della Fondazione Unipolis

(daCSRoggi Magazine, anno 5, n.1, Febbraio/Marzo 2020, pag. 6)

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